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Roma, mafia, ipocrisia e noi


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Di tutto quello che sta succedendo in queste ore, l'aspetto più ridicolo è l'ipocrisia di (finti)intellettuali, di (finti)giornalisti, di (finti) politici contro quello che hanno commercialmente definito lo scandalo di Mafia Capitale.

Titolo roboante, potente, al tempo stesso pubblicitariamente trascinante e provocatoriamente cinematografico.

L'aspetto grottesco, invece, è che non si riesce a dar credito a persone che pure combattono questi fenomeni (esempio Saviano che qualche tempo fa avevo affermato che la capitale si dovrebbe spostare a Napoli, visto che a Roma non si conoscono - e non si curano di conoscere - i problemi del Mezzogiorno; esempio don Ciotti; esempio Pino Maniaci e Lirio Abbate).

 

C'è anche un aspetto ironico, però, che ribalta, per una volta, una malattia perenne dell'umanità e dai tempi e dalla tecnologia soltanto accentuata: la mitomania.

Una mitomania al contrario, si diceva: come soubrette, presentatori e calciatori sono idolatrati da moltissimi altri (stavo dicendo simili), essi sembravano fieri di quelle amicizie altolocate nel mondo del crimine.


Ora tutti i politici parlano ma i politici non hanno capito che la gente per anni ha capito gli inganni di quel mondo dorato dell'intrallazzo che per decenni hanno elogiato e costruito e non votano e non sopportano più. L'astensione è un primo passo, ne verranno sicuramente altri se la situazione continua così.


Che a Roma si rubi è così scontato che non ci si deve meravigliare soltanto ora. Cicerone, con la sua abilità, ci ha costruito una carriera sugli intrighi e sugli imbrogli.

Si deve piuttosto pensare che l'Italia è sempre stata manipolata da gruppi dirigenziali ora visibili ora meno. Che questo governo fantoccio è illeggittimo. Che un pregiudicato "minaccia" le elezioni; che i Cinque Stelle, ahinoi, sono inefficaci; che tutto questo non c'è solo a Roma, ma c'è ovunque, in Italia e altrove, ma che questo sistema è talmente macilento e tritatutto che dovrà scontare su poveretti l'enorme fortuna illegale, illegittima e criminale di questi corrotti e di questi buoni a nulla.

La Storia parlerà di questi uomini confinandoli alla perdizione che sono stati e che hanno prodotto.

Che ognuno di noi, allora, come sa fare, dimostri con i fatti, con il lavoro quotidiano, che siamo stati silenziosi baluardi di valori antichi mai perduti e che la nostra "romanità" è un'altra cosa dalla malvagità e dalla vigliaccheria di questi traditori della Patria.