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Sulle polemiche per il Nobel della Letteratura a Dylan


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Se gli accademici di Svezia volevano far parlare del Nobel ci sono riusciti. Negli annali del prestigioso premio internazionale, forse quello più universalmente conosciuto, ci è finito, sotto la dicitura "letteratura" quello che è stato definito un saltimbanco, un cantastorie e cose così.

Le polemiche sono continuate, poi, solamente in Italia, alimentate sulla rivista Poesia, dal poeta Sangiuliano (Giuliano Santageli). Il suo articolo, per quanto dotto e rifinito di una logica tutta puritana - e crociana - rispetto a ciò che è poesia e cosa non è, tra i tanti che non ha convinto può annoverare anche me.


Dico subito che condivido, della lunga dissertazione di Nicola Crocetti, il punto finale, è un'attribuzione anacronistica e falsata. Aggiungo subito che in maniera più diligente, a mio parere, Alessandro Carrera ha tentato di spiegare che il fenomeno Dylan è unico e irripetibile "non è né un poeta né un non-poeta". Chiarisco sin da subito che non conosco Dylan ma l'ho incontrato. Non conosco le sue canzoni, ho letto degli stralci, ci sono delle parole che nel complesso hanno un sapore poetico e se le avessi lette nella rivista Poesia sotto il nome di uno dei tanti poeti minori che con solerzia e amore per l'arte proponete, queste non avrebbero sfigurato. Ho conosciuto Dylan, però, come dicevo. Venne, alcuni anni fa, a tenere un concerto in Italia. A Roma? No! A Milano? No! Al Teatro Mediterraneo, a Foggia, la mia città.- Questo cantastorie, se piace chiamarlo così, ha girato l'America, il mondo, famoso dappertutto, riempirebbe stadi con facilità eppure è venuto a tenere un concerto in una città dell'Italia che moltissimi artisti italiani hanno disertato e disertano. Sarà sicuramente stato per motivi commerciali, sarà stato benissimo per pubblicità, ma vi assicuro che questo fatto, all'epoca, mi impressionò. Sbirciando dai cancelli vedevo quest'uomo di chiara fama intrattenere un pubblico escluso dalla cultura ufficiale, emarginato dai grandi artisti e scansato, ignorato, vilipeso anche e soprattutto dai grandi poeti nazionali.

Detto questo mi propongo di sottoporre alla vostra attenzione qualche considerazione che è ai più sfuggita.

Se vi saranno imperfezioni, coloro che hanno più cultura di me perdoneranno in favore di una riflessione sul ragionamento.

Per primo, gli antichi. La poesia è nata in concomitanza con la musica. Omero cantava presso le corti di Grecia con l'accompagnamento di strumenti a corda o a fiato.

Tra Greci e Romani era in voga considerare le arti come sorelle. Euterpe, musa della musica, è tra loro.

Il nostro tempo privilegia alcune arti e svilisce altre. Sostengo dunque che a livello culturale l'uomo moderno sia meno ricco e completo degli antichi. La stessa società si fonda sull'idolatria. Idolatria per Dylan, idolatria per la Poesia (tutti ci sentiamo poeti, in fondo).

Se le muse sono sorelle, musica e poesia hanno pari dignità.

Questa unità è stata poi spezzata dal trivio e quadrivio medievale. Nelle arti tecniche, il quadrivio, veniva ricompresa la musica, in quelle umanistiche, il trivio, grammatica, retorica e dialettica.

Ancorché divise, mantennero comunque una dignità propria.


Per arrivare ai nostri giorni, fermo restando che le riforme poetiche, dantesca-petrarchesca e leopardiana, hanno sempre mantenuto uno stretto rapporto tra verso e musica, siamo stati noi moderni a preferire versi diversi, versi amusicali, del tutto liberati da uno schema metrico. Questa che è parsa ai più libertà è sicuramente un limite, per la poesia di oggi, perché ha evirato la Poesia del prezioso accompagnamento del ritmo.

L'anomalia nella poesia, dunque, è di un secoletto e mezzo,  mentre per migliaia di anni la poesia e la musica sono stata la stessa cosa.




Questione seconda benché non di second'ordine, anche perché agganciata alla diaspora prima detta, è lo scarso valore che la poesia ha per la società di oggi.

Una rivista come Poesia, con lode pubblicata da Crocetti, con lode supportata da validi collaboratori e con lode incoraggiata da un gruppo di lettori interessati, ha bisogno di sponsor (nulla di male in questo) per potere continuare l'opera meritoria che compie: trasmettere il valore eterno della poesia a questa e le future generazioni. Dico eterno, senza scorno per nessuno.

Cosa vale la poesia, oggi? Dove la si trova? Chi la cura? Ridotta a prodotto e prodotto di nicchia, viene coltivata nelle Università, spesso male, da esimi professori, a volte anche per passione, viene seguita da pochissimi seguaci (ricorda il primissimo Cristianesimo) e relegata ai margini di una società che del Calcio, dello Star System e dei reality ha fatto dei grassi idoli a cui votare applausi e lauti compensi, oltre che la propria intelligenza.

Il nome dei poeti dovrebbe essere gridato nelle piazze, essere sventolato sui tetti. Bisognerebbe invitare i poeti alle trasmissioni politiche, dovrebbero avere programmi culturali in prima serata, potrebbero avere sovvenzioni (come avviene in altri Stati). Spazio, respiro.

In televisione reality, a scuola reality. In televisione poesia, a scuola poesia.

I poeti italiani dovrebbero essere partecipi del riscatto etico-morale di una nazione che è invece rinsecchita, ripiegata, falcidiata nelle proposte poetiche e culturali da una valanga di mediocrità che dovrebbe inorridire.

I poeti italiani, si diceva. Sicuramente voi, amici di Poesia, ma poi chi? Chi sono i poeti oggi? Chi stabilisce chi siano i poeti? Carrera afferma che c'è tanta mediocrità nella poesia, oggi, non trovandomi d'accord. Oramai sono tanti i giovani che si autopubblicano, io sono tra loro. Sono tanti coloro che sfuggono alle dinamiche commerciali che sempre hanno irretito lo sbocciare o meno di poesia. Questa poesia dal basso che la tecnologia ci permette, mischia i contorni della poesia. A una ufficiale, seguita da pochi adepti, corrisponde una richiesta, un'esigenza, una domanda di poesia dal basso che è davvero entusiasmante. (Siamo al livello di Dylan, la complessità dei cui testi è, ad una buona lettura, accessibile ai più).

Dunque, se si volesse riscattare la Poesia, l'Italia e il mondo tutto da questa dimensione di mediocrità a causa dell'esclusione della Poesia dal centro della società, si dovrebbe ristabilire un'alleanza e un'unità tra gli innamorati della Poesia, senza serie A e serie B (quello che si fa contestando Dylan. Giusto contestare lui come persona non lui come fenomeno).


Sono convinto di avervi stufato e chiuderò questa mia riflessione con quest'ultimo pensiero.

La poesia che sino a D'Annunzio agiva nella società e la trasformava, o sino a Pasolini, con poeti validi come Raboni, la Merini, Luzi e altri ha cominciato a subire un processo di disaffezione nel grande pubblico che dovrebbe far riflettere.

La musica e la poesia devono tornare sorelle.

Un esempio di questo solenne connubio è rappresentato da una poesia del 1883, San Martino, un tempo studiata a scuola.

Sapete come ha fatto a ritornare in voga, sebbene per breve stagione? Nel 1993 in tutte le discoteche d'Italia si saltava sulle note tunz tunz di un artista siciliano che cantava "La nebbia agli irti colli/piovigginando sale...". Dubito che tutti abbiano riconosciuto fosse di Carducci. Tant'è. Quell'artista è Fiorello. Dimostrava quanto io indegnamente ho cercato di dimostrare con questo mio intervento.


E magari Dylan sembrerà un poeta e Foggia (le periferie dimenticate dalla poesia) anch'essa una città che con le sue contraddizioni e le sue bassezze è medesimamente degna di ricevere la speranza della poesia.