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Il Premio Nobel a Dylan e i polemisti


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Nel numero 322 della rivista Poesia, rivista di strepitosa levatura morale e professionale, attenta lettrice dell'oggi, di solito, con le sue rubriche, proiettata nel futuro, scopritrice di talenti, ancorata alla solidità delle tradizioni poetiche, specie europee, vi è l'intervento, condiviso dalla redazione, circa il Premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Il lungo e colto discorso asserisce, in definitiva, con buone dosi di ironia e sarcasmo e un'aggiunta di sagace polemica, che l'Accademia Svedese distribuisce ultimamente il Premio a "cani e porci", come si direbbe dalle mie parti.

 

La letteratura è altro dalla musica, la poesia poi, con quell'azzurra eterea paradisiaca ancestrale solenne levità reca nella distanza che intercorre tra la sua dorata maestà e l'estrazione popolare, volgare e meticcia dell'altra tutto il carico di cultura che distanzia da millenni patrizi e plebei.

Lungi dalle mie intenzioni difendere il Nobel a Dylan, di cui non conosco le canzoni. Conosco lui, però, essendo venuto, a sorpresa, un musicista del suo calibro, a suonare nella mia città, Foggia, meta disdegnata da molti musicisti italiani figurarsi se la metà delle star mondiali della musica ne conoscono il nome.

 

Osservazioni ve ne sono molte, a quel colto articolo.

Prima, consiglio di rileggere Iliade e Odissea, senza le quali non esisterebbe la Poesia.

Esse sono versi musicali, recitati ad arte nelle reggie greche, accompagnati dalle note di arpe e flauti. Non a caso. E la commedia, i versi pascoliani e quelli dannunziani, quelli leopardiani prima e quelli luziani poi, non hanno musicalità?

Seconda, un testo poetico è musicabile, esempio ne sia il tentativo di Fiorello con "La nebbia agli irti colli" mixata su una base di moderna orecchiabilità disco.

Terza, probabilmente alla poesia come voce ufficiale della cultura del mondo mancano autocritica e senso dell'attualità. Non solo non è più letta e ascoltata, non più incisiva e decisiva per le sorti delle società, ma anche ignorata e infamata.

 

Se la cultura poetica non è più incisiva e si dà un Premio Nobel ad un musicista che scrive testi poetici, perché la poesia è un concetto filosofico le cui forme sono molteplici.

 

Le polemiche, dunque, sono stucchevoli e non aiutano la domanda principali che rende frustrante il resto: perché la Poesia non incide più nel mondo? Cosa può tornare ad incidere?

Come si porta Poesia agli altri?

 

Se queste sono domande sulle quali arrovellarsi, sarà più utile interrogarsi sulle vicende che caratterizzeranno i testi poetici del futuro, come lessico e forma.