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I centri culturali del Rinascimento - Firenze


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FIRENZE


Dei tanti artisti che il Rinascimento ha avuto, una buona parte è toscana e di questi una buona parte fiorentina. Michelangelo Buonarroti, Donatello, Brunelleschi per citarne alcuni.

Perché Firenze? Per la libertà. Si sa bene come già l'aretino Francesco Petrarca contrapponesse Firenze, con il suo idealismo di città libera, a Milano, cupa città dittatoriale.

Però la libertà dell'inizio Quattrocento andò via via dissipandosi, fino a non rimanere che uno sbiadito e stinto ricordo ben presto.

Se la politica di Cosimo I fu liberticida e lo fu, con modi diversi e più raffinati, quella italiana del Magnifico, perché egli portò Firenze al palcoscenico Italia per la prima volta accordando le proprie scelte culturali con quelle politiche, sarà per dare alla città quel tono solenne e incantato che oggi le riconosciamo.

La Firenze tra Quattro e Cinquecento intreccia la sua storia con la storia delle faide di famiglia che aveva sempre insanguinato la città, Dante ne era stato un inorridito spettatore-avversario. La famiglia dei Medici, con mezzi anche poco ortodossi, molte volte fatta oggetto di attentati, una volta preso il potere Lorenzo il Magnifico, che aveva sospeso l'umanesimo di Coluccio Salutati, Leonardo Bruni, Flavio Biondo, era la protagonista assoluta della scena.

Cosimo I aveva prima trasformato l'Accademia degli Umidi in Accedemia Fiorentina e poi ne aveva spostato la sede, guarda caso, nel suo palazzo. Questo controllo che il signore della città rinascimentale (e Firenze non fa eccezione) doveva avvenire con discrezione, persino con abbondanza di stile e gran copia di arte. Il mecenate donava arte ai cittadini e protezione agli artisti e in cambio chiedeva loro libertà. Questo gioco politico è stato, più che altrove, drammatico proprio a Firenze.

Firenze che piange nel 1492 la morte di Lorenzo il Magnifico (il prestigio della sua corte aveva allargato l'orizzonte letterario della lingua fiorentina fuori Firenze) è la stessa città che due anni dopo deve subire l'umiliazione del passaggio di un re straniero nelle sue mura, l'ambiguo Carlo VIII di Francia, ed è la stessa che sostiene la Repubblica di Gerolamo Savonarola, dal 1494 al 1498.

Firenze è la stessa Firenze che nel 1522 organizza un attentato contro il nipote di Lorenzo il Magnifico, e suo successore come padrone della città, quel Giulio de' Medici già arcivescovo, già protetto dal cugino, il papa Leone X - figlio di Lorenzo il Magnifico -, che colse l'occasione, sventata la manovra, di chiudere l'Accademia fiorentina di cui alcuni elementi del golpe facevano parte. Tra essi anche Machiavelli, segretario di Stato accusato di avere cospirato per l'instaurazione di una Repubblica.

 



Eppure Firenze era stata la culla del Rinascimento.

L'impegno civile di umanisti come Salutati, Biondo e Bruni, la loro riscoperta dei classici, l'entusiasmo per la scoperta dell'uomo, scoperta intesa come sua nuova definizione come soggetto creatore e dalle infinitive potenzialità, aveva scaldato un ambiente che con il Verrocchio e da Vinci, con Michelangelo, Donatello e Brunelleschi, con il Burchiello, il Pulci, l'Aretino, con Machiavelli e Guicciardini e con tanti altri aveva splesso di luce propria, aveva portato una nuova e straordinaria aria di novità sulle orme del Trecento e dell'Antica Roma ma che ben presto avrebbe elucubrato proprie vie alla bellezza e all'armonia.

Bellezza e armonia, lo ripetiamo, che se nate come ideali artistici, divennero poi una scuola, il classicismo, che divenne un mezzo politico di adesione al potere costituito nelle corti.

La corte divenne uno strumento di propaganda culturale dei potenti.

Al classicismo filogovernativo si oppose ben presto l'anticlassicismo, come dicevamo.

A Firenze l'anticlassicismo nella storiografia era rappresentato da Machiavelli, che non a caso dedicava l'opera ad un Medici ma si guardava bene dall'indicarli come esempio virtuoso di Principe da seguire, e Guicciardini, che nella sua malinconica riflessione su una storia ingovernabile, vedeva sempre soccombere i più deboli contro i più forti, in una sorta di inevitabilità sia del governo dei forti sia della sedizione dei deboli.

La corte di Firenze, inoltre, leggeva gli improbabili intrecci del Pulci e del suo Morgante, in una sorta di compensazione comica del non più proponibile modello cavalleresco (anche l'Ariosto e il Tasso degraderanno la materia sebbene in forme sublimi).

Questa corte, quindi, aveva la responsabilità morale del primato nella questione della lingua.

Note le posizioni:

Bembo era per parlare il fiorentino di Petrarca e Boccaccio.

Machiavelli era per parlare il fiorentino vivo, il fiorentino della Firenze del 1500.

Gian Giorgio Trissino, con Il castellano, e Baldassar Castiglione, con Il cortegiano, erano per parlare la lingua delle corti.

Proprio Trissino e Castiglione, nel loro eccessivo servilismo ad un potere costituito che si rinchiudeva sempre più e che poneva differenza tra la sua lingua e quella del popolo, tra le sue sacre rappresentazioni e le farse e le commedie dei poveri, sarebbero usciti sconfitti per primi.

E la questione della lingua dovrà avere un'altra opera a riferimento e un altro autore, un milanese, a difendere la maestà della parlata fiorentina.

Anche il petrarchismo, in questo, contribuisce nella disputa. Sarà anche classicismo di un modello poi preso da Bembo a idealizzazione linguistica e da altri a fabbro del parlare italiano per stile e convenienza, ma il petrarchismo è fenomeno più complesso di una mera imitazione: si potrebbe dire che Petrarca è il primo autore studiato, imitato e accettato da tutta Italia come metro didattico. Se Dante era ammirato ma in certa maniera illeggibile, almeno nelle sue profondità e in alcuni passi, ad un pubblico non territoriale, Petrarca, con il suo unilinguismo era il perfetto manuale di italiano del Quattro e Cinquecento.

Dal petrarchismo si avranno le prime Gaspara Stampa, i primi petrarchini. Francesco Petrarca diverrà una moda, un simbolo. E anche grazie a lui il prestigio di questo dialetto così fine e curato, così ricco di francesismi e così vocalico, assurgerà un giorno a dignità di lingua nazionale.

 

 


Se si pensa dunque che Aretino vivrà tra Roma e Venezia, il Burchiello verrà allontanato e morrà povero a Roma, Machiavelli e Guicciardini saranno depotenziati e lasciati a riposo dalla politica per molto tempo, si ha un primo ben definito quadro di come allo splendore di un'arte sopraffina corrisponda una chiusura politica interessante. Chiusura parziale, tentativo poco riuscito di fare del Rinascimento un Altomedioevo politico.

Di lì a poco Firenze troverà lo sconvolgimento di un Galileo Galilei e un Settecento necessariamente riformatore a preparare l'atto finale della sua liberazione.

Sarà un percorso lungo, non a caso iniziato con la stretta che i Medici applicarono sulla città, ma sarà un percorso inesorabile, al quale dovrà tanto anche il tentativo di questi uomini, di questi paladini del bene comune della libertà a far parte di un tempo reo, come il Cinquecento, nel quale seppero immortalare in scritti e marmi, cappelle e commedie, lo stampo del proprio spirito libero.

 

 

 

FLORENCE


Of the many artists that the Renaissance has had, a good part is Tuscan and a good portion of these Florentine. Michelangelo, Donatello, Brunelleschi to name a few.
Why Florence? For freedom. It is well known as early as Arezzo Francesco Petrarca contrapponesse Florence, with its free city idealism, in Milan, dark dictatorial city.
But freedom of the beginning Quattrocento was gradually dissipating, up to not get that one faded and faded memories soon.
If the policy of Cosimo I was freedom-and it was, with different ways and the most refined, the Italian of the Magnificent because he brought Florence to the Italian stage for the first time giving their own cultural choices with those policies, will be to give the city that solemn and magical tone that we recognize today.
Florence between the fifteenth and sixteenth centuries interweaves his story with the story of the family feuds that had always bloodied the city, Dante had been a horrified spectator-opponent. The Medici family, with means even unorthodox, often made the object of attacks, once I take the power Lorenzo the Magnificent, who had suspended the Humanism of Coluccio Salutati, Leonardo Bruni, Flavio Biondo, was the protagonist of the scene.
Cosimo I had first transformed the Accademia Fiorentina in Accedemia Fiorentina and then had moved the seat, incidentally, in his palace. This control that the ladies of the Renaissance city (and Florence is no exception) had to take place discreetly, even with plenty of style and abundance of art. The benefactor donated art to citizens and protection for artists and in return demanded their freedom. This political game was, more than elsewhere, its dramatic in Florence.
Florence crying in the 1492 death of Lorenzo the Magnificent (the prestige of his court had extended the literary horizon of the Florentine tongue out Firenze) is the same city that two years later has to suffer the humiliation of the passage of a foreign king in his walls, the ambiguous Charles VIII of France, and is the same one that supports the Republic of Girolamo Savonarola, 1494-1498.
Florence Florence is the same that in 1522 organized an attack against the grandson of Lorenzo the Magnificent, and his successor as master of the city, that Giulio de 'Medici former archbishop, already protected by his cousin, Pope Leo X - son of Lorenzo the Magnificent -, who took the opportunity, thwarted the maneuver, the Florentine Academy to close some of whose elements were part of the coup. Among them also Machiavelli, Secretary of State accused of having conspired for the establishment of a Republic.






Yet Florence was the cradle of the Renaissance.
The civil commitment of humanists such as Salutati, Blonde and Auburn, their rediscovery of the classics, the enthusiasm for the discovery of man, discovery meant as its new definition as a creative subject and the infinitive potential, had a heated environment with Verrocchio and da Vinci, Michelangelo, Donatello and Brunelleschi, the Burchiello, the Flea, Aretino, Machiavelli and Guicciardini and many others had splesso its own light, he had brought a new and extraordinary air of novelty on the fourteenth footsteps and Ancient Rome but soon would lucubrate own ways to beauty and harmony.
Beauty and harmony, we repeat, that if born as artistic ideals, later became a school, classicism, which became a political means of adhesion to the powers that be in the courts.
The court became a cultural propaganda tool of the powerful.
Classicism pro-government opposed the anticlassicismo soon, as we said.
In Florence the anticlassicismo in historiography was represented by Machiavelli, which not coincidentally dedicated the work to a Medici, but was careful not dall'indicarli as a powerful example of the Prince to follow, and Guicciardini, who in his melancholy reflection on a story ungovernable always saw succumb weaker against the stronger, in a sort of inevitability is the government of the highlights is the sedition of the weak.
The court of Florence, also read the unlikely twists of fleas and his Morgante, in a kind of comic compensation no longer feasible model of chivalry (even Ariosto and Tasso degrade the matter although sublime forms).
This court, therefore, had the moral responsibility of the leadership in the issue of language.
Notes positions:
Bembo was to talk about the Florentine Petrarch and Boccaccio.
Machiavelli was to talk about the Florentine alive, the Florence of the 1500s Florence.
Gian Giorgio Trissino, with the castle, and Baldassare Castiglione, with The Courtier, were to speak the language of the courts.
Just Trissino and Castiglione, in their excessive servility to an established power that is always locked up again and that put difference between his language and that of the people, in his mystery plays and farces and comedies of the poor, would have lost for the first .
And the question of language will have to have another work as reference and another author, a Milan, to defend the majesty of the Florentine dialect.
The Petrarchism, this helps in the dispute. It will also be a model of classicism then taken from Bembo to linguistic idealization and other blacksmith in the Italian speaking style and convenience, but the Petrarchism phenomenon is more complex than a mere imitation: one might say that Petrarch is the first author studied, imitated and accepted by all Italian as a teaching meter. If Dante had admired it in a certain way unreadable, at least in its depth and in some steps, a non-local government, Petrarch, with his unilinguismo was the perfect Italian manual of the fifteenth and sixteenth centuries.
By Petrarchism you will have the first Gaspara Stampa, the first petrarchini. Francesco Petrarca become a fashion, a symbol. And thanks to him the prestige of this dialect so fine and nice, so rich and so Frenchified vowel, assurgerà one day to the dignity of the national language.
So if you think that Aretino will live between Rome and Venice, the Burchiello will be dismissed and will die poor in Rome, Machiavelli and Guicciardini will be weakened and left fallow for a long time by the policy, you have a first clear picture of how the brightness of a 'fine art corresponds an interesting political closure. partial closure, little successful attempt to make a political Renaissance Early Middle Ages.
Soon Florence find the upheaval of a Galileo Galilei and a reformer necessarily eighteenth century to prepare for the final act of his release.
It will be a long process, not surprisingly started with the close that applied Doctors of the city, but it will be an inexorable path, which will then also the attempt of these men, these champions of the common good of the freedom to belong to a time guilty, as the sixteenth century, in which they learned to immortalize it in written and marbles, chapels and comedies, the mold of his free spirit.