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Lev Nicolaevic Tolstoj e il messaggio etico-morale nella Anna Karenina


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Lev Nicolaevic Tolstoj ha avuto una vita segnata dal grande dissidio tra l'etica pubblica di una Russia ottocentesca ancora zarista per formazione e per interessi, tutta impregnata dell'ipocrisia della Chiesa d'Oriente della Terza Roma, tutta dedita alla dolce vita pietroburghese dei nobili di contro l'ingente povertà della grande massa, e quella morale personale, quella voce nell'anima che gli diceva di dovere andare contro il suo tempo e le convenzioni (convinzioni) ateistico-farisaiche che volevano assomigliarlo a chiunque altro.

In questo Tolstoj c'è tutta la letteratura russa e tutta l'umanità. Perché, al di là della disanima e della critica al potere, era (ed è?) proprio il dissidio interiore che scortica le fragili resistenze degli uomini che non vogliono sottostare ai compromessi, a formare con Tolstoj Dostoevskij, Puskin o Gogol.

Anche temporalmente c'è come un crescendo nella riflessione sull'anima, sulla fede, sulla religione e, dunque, sull'etica e sulla morale.

Puskin (1799 - 1837) Gogol (1809- 1852) Dostoevskj (1821- 1881), Tolstoj (1828- 1910), rappresentano un'unica forza ascendente dentro la quale il nostro Lev rappresenta la punta massima, diremmo, il nano che guarda sulle spalle dei giganti (per rubare l'espressione di un altro).

 

 

 

 

 

ANNA KARENINA

 

Se si chiedesse ad uno studente, "Parlami dell'Anna Karenina", egli, che rappresenta la sintesi della sintesi del lettore medio (perché obbligato, svogliato, disinteressato e quant'altro) potrebbe rispondervi, "la storia di una donna nobile russa che tradisce il marito!".

Posta così sarebbe, se volete, comunque una interrogazione ineccepibile.

Peccato che la complessità del romanzo, non solo per la lunghezza!, superi di molto la banalità del pretesto (storie di tradimenti se ne scrivono tutti i giorni, nella letteratura come nella vita).

Se analizziamo caratteristiche generali e specifiche, ci accorgiamo innanzitutto che la Karenina è incastonata tra la storia del fratello fedifrago e quella di Levin, suo amico, e che poi è essenziale rintracciare nella complessità psicologica del personaggio di Anna (donna, russa, nell'Ottocento) quella serie di donne affaticate dalla vita sociale e dall'etica pubblica che soccombono ad una morale falsa o si ribellano talmente ad essa da evaderne.

Si pensi alle eroine di Ibsen, si pensi alla Madame Bovary di Flaubert o alla Pamela di Richardson (di cui si interessò anche Foscolo).


 

CARATTERISTICHE GENERALI

Il romanzo è stato scritto con elementi tradizionali della narratologia: ad esempio, un narratore esterno, in terza persona.

Però l'incipit ed il finale rappresentano già elementi di novità interessanti.

 

 

INCIPIT e FINALE

 

L'incipit, anche se non è il primo romanzo ad usare lo stratagemma, non si apre con il parlare della protagonista, bensì del fratello, Stepan Arkadjevic, il quale aveva tradito sua moglie.

Chiamata Anna per convincere la tradita a non abbandonare il marito, appena arrivata a Mosca, l'accadimento di un ferroviere investito da un treno.


Il finale è un doppio finale, dunque: da una parte il suicidio di Anna, proprio replicando, questa volta volontariamente, l'incidente suddetto; quindi, il vero e proprio finale, con un vero e proprio "protagonista-ombra", che è quel Levin, prima vinto in amore dall'avvenenza di Vronskij (per cui aveva perso la testa Kitty (sorella di Dolly, moglie di Stepan), ma poi marito di questa. Levin chiude la storia, la chiude nel migliore dei modi: ritrovando la fede.