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Divina Commedia, Canto XXVII Paradiso e commento


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Canto XXVII, dove tratta sì come santo Pietro appostolo, proverbiando li suoi successori papi, adempie l’animo de l’auttore di questo libro.

 


Siamo quasi alla fine del viaggio ultraterreno di Dante, il momento del distacco dalla Terra e dell'elevazione nel Cosmo, momento culminante del canto precedente e motivo di distacco, filosofico e umano, del Dante poeta dalla gloria e dalle cose terrene, diventa entrata trionfale nel centro del Paradiso.

Siamo nel cuore della salvezza dell'uomo.

 

’Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
cominciò, ’gloria!’, tutto ’l paradiso,
sì che m’inebrïava il dolce canto. 3


Dante inizia dalla Trinità il canto, a significare che la Trinità sta alla base della salvezza e dell'elevazione.

L'inebriarsi è verbo che conferma questa estasi, questo rapporto Salvatore-Salvato che è trascendenza, altro da sé.


Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo viso. 6


Infatti, l'accostamento metaforico tra "tutto 'l paradiso" e il "riso de l'universo" è assieme dolcissimo e tenue eppure concreto e materiale. Ci dà termini, Dante, che sono del vissuto di tutti, un'esperienzialità, quella della Commedia, che la rende profondamente viva, vivida.

Facciamo attenzione, ci dice financo la ragione di questa somiglianza del Paradiso esultante ad un riso (di donna?) dell'universo. Perché l'ebbrezza (estasi) entrava per l'udito e la vista.

Il riso è, poi, summum argumentum della poetica stilnovistica. Ché nei poeti siculi e siculo-toscani e in quelli bolognesi, v'è una presenza forte, un chiaro richiamo dell'uno all'ltro, la creazione di un topos (con altri) che identificasse l'angelitudine della donna con il riso, le dolce movenze, le parole accorte, le sembianze ultraterrene eccetera eccetera...

Questo topos, posto qui, quando Dante giunge in mezzo alla corte dei beati, non passi inosservato!


Per tornare, un attimo, però, all'esperienzialità di Dante attraverso il riso, insieme ebbrezza e inebriamento, noterò questo.

Ancorché, per aspettarci la sintesi medievale del platonismo idealista e del materialismo aristotelico (semplificazione, comunque efficace), bisognerà per molti aspettare San Tommaso d'Aquino.

Per me, nulla togliendo al fondatore della Scolastica, siamo già qui, con Dante, ad una pre-scolastica che è il Dantismo, l'incrocio di esperienze sensoriali che amplifica i sensi materiali e spirituali degli uomini.


La versione del testo qui presentata è quella moderna (Petrocchi...) ancorché il Sapegno preferisca la scrittura perché la quale, secondo lui, "fonde, anziché distinguerle, la dolcezza del canto e la festa delle luci in un unico riso, in una medesima ebbrezza.

Per me, posto che la questione è sicuramente interessante ma non decisiva, la scrittura antica per che risponderebbe più a Dante, in generale, meno al Canto e al Paradiso, in genere, in quanto la lingua diveniva più tecnica ma anche meno territoriale.

Io propenderei per l'anticata, soltanto per la maggiore presenza in Dante. Fossi stato Dante l'avrei anticata.


Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intègra d’amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza! 9

I commentatori (Landino, Tommaseo, Sapegno) sono concordi nel sottolineare che l'allegrezza è in crescendo, in queste terzine.

Io, per me, sottolineo le quattro esclamazioni e i sostantivi augurali (gioia, allegrezza,vita, amore, pace, ricchezza) e il sostantivo al negativo (sanza brama).

C'è tutto un compendio di Cristianesimo in tre versi.

La gioia e l'allegrezza sono tautologiche, certo, ma rafforzano il concetto di buona novella che è il Vangelo di Cristo, per il quale si esulta.

Amore e pace sono gli obiettivi (Ama il Signore... ama il prossimo... beati gli operatori di pace).

Ricchezza non sta per ricchezza ma per ricchezza senza brama, ovvero frutto del proprio lavoro (moderato) ovvero povertà materiale e ricchezza spirituale (Beati i poveri in spirito, non portate né sandali né bisaccia...).

Mi sembra da seguire il Sapegno quando dice, parlando di questi "limpidi squilli di trionfale gaudio e di ardente gratitudine" che si "riassume e condensa il significato morale del rito di consacrazione".

Questi slanci sono propri del Paradiso, invero, ma qui c'è una magnificenza e una sonorità, date dalla rima sicilianissima in -ezza, che fa proprio allungare la rima e il verso stesso. Come un'eco angelica. Come un suono eterno.


Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi più vivace, 12

e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne. 15


A parte il cambiassersi, che non mi piace perché stona, e al quale avrei sostituito, come in altri luoghi, il cambierassi, ove il futuro aveva il medesimo valore ipotetico.

Noterei, però, che in un'opera maestosa come la Commedia, il cui scheletro sono, e chi altri?, le frequenti e ampie parti narrative, il Poeta resta sempre sciolto, sereno, lirico, direi, aiutato dalla sua immancabile retorica e, come qui, dalla mitologia.

L'uso del poliptoto divenne/diverrebbe, le varie allitterazioni, la preminenza di quell'aggettivo "vivace" che viene sospeso nel lungo paragone dei tre versi successivi.

Il lettore, è qui una delle facce della magia di Dante, resta in attesa di sapere perché divenne vivace una delle quattro facelle (luci) e perché proprio quella.


La provedenza, che quivi comparte
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte, 18
quand' ïo udi': «Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend' io,
vedrai trascolorar tutti costoro. 21

La Provvidenza, che qui distribuisce incarichi (vice, da vices - incombenze) e uffici (nel senso, naturalmente, di obblighi da sbrigare), nel beato coro aveva posto silenzio ( notino i miei lettori la musicalità dell'anastrofe), quando io udii (troncamento). "Se io cambio colore, non ti meravigliare, perché, mentre io dico (ablativo assoluto alla latina), vedrai cambiare colore tutti costoro. (anche qui giochi di parole).

Il tono è ancora pacato. Il lessico posato.

Chi si aspetterebbe quello che sta per dire?

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio, 24
fatt’ ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa». 27

Terrificante e atterrente invettiva di San Pietro contro quelli che io definirei i "Malapapa", cioè i papi corrotti di tutti i tempi e specie quelli incontrati o citati nella Commedia (Adriano VI, Bonifacio VIII, in parte Celestino V, eccetera...).

Due terzine eterne e magnifiche, nella loro tragicità.

Anzitutto la ripetizione del sintagma "il luogo mio". Ripetizione spezzata (in due versi), per tre volte (un classico), la rima vaca- cloaca (per indicare appunto la vacatio del Pastore e il contemporaneo troneggiare del regnante!). E poi il sangue e la puzza. Pare di vedere tutti i gironi e i cerchi in Vaticano, purtroppo. Tutta opera del perverso, di chi cadde dal Paradiso nell'Inferno.

In queste rime c'è più di quello che ha trovato il Sapegno, che cita a sua volta il Landino:

"Non dice assolutamente che vachi, per ciò che seguirebbe che non fosse vero e legittimo papa, e per consequente non varrebbe cosa che facesse, ma vaca nel conspetto del Figliuol di Dio, perché ha pervertito l'officio suo e per consequente Cristo lo riprova come apostata".

Come indicavo sopra, per la vaca (essere privo di..., essere vuoto, essere libero da incombenze e compiti - vedi la voce vacare in Treccani) sta proprio per la mancanza di corrispondenza tra il dovere morale di essere Papa e un individuo che Papa è fatto o si fa.

La mancanza di santità non rende, un pur eletto, chissà come, chissà chi, Papa, ma è la santità della persona a farlo Papa prima di essere eletto.

L'elezione nell'Antico Testamento era una scelta di Dio che si compiaceva di una persona (esempio Mosè) lo accompagnava con segni e prodigi e lo faceva suo sacerdote. La scelta di Dio, però, era di persone sante, dove per persone sante non bisogna intendere non senza peccati, anche gravi.

Gravi peccati aveva commesso Mosè, il quale volontariamente aveva scelto l'esilio ed aveva cambiato il suo cuore. Questo è elezione, nell'Antico Testamento.

Nel Nuovo è simile, convertirsi al Vangelo.

Perciò questa mancanza non è tanto materiale, visto che una persona si siede sul trono, ma spirituale, la quale mancanza invalida anche la materiale.


Di quel color che per lo sole avverso
nube dipigne da sera e da mane,
vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso. 30
E come donna onesta che permane
di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane, 33
così Beatrice trasmutò sembianza;
e tale eclissi credo che ’n ciel fue
quando patì la supprema possanza. 36

 

Del colore del Sole, velato dalle nubi, dalla sera alla mattina, (che dunque da splendente e dorato diviene grigio e oscuro) vidi io tutto il cielo cosperso (asperso, tinto).

E vidi in quale modo la donna onesta rimane sicura della propria virtù, nonostante ascolti quelle forti parole di biasimo per l'altrui peccato, e tuttavia, sicura di sé, dolora del prossimo (compassione) e diviene timida.

ATTENZIONE, altra affermazione fortissima. Al limite dell'eresia (per l'epoca in cui Dante scrive).

E una eclissi tale, credo che non ci fu nemmeno quando la supprema possanza (Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio) patì sulla croce.

Ricordo dei Vangeli, che parlano appunto del cielo che si velò, del terremoto che squarciò il Tempio in due.

Cioè, una profanazione talmente abissale da essere peggiore del punto più oscuro della storia, la morte redentiva di Cristo Signore.

Non sono sicuro che si sia dato il giusto valore al Dante preluterano. Questo è uno dei passaggi più duri dell'intera Commedia, benché non fitto del solito lessico drammatico e violento.

Poi procedetter le parole sue

con voce tanto da sé trasmutata,
che la sembianza non si mutò piùe: 39

Poi seguire le parole di Pietro (sue) con voce tanto da sé diversa (mutata, alterata) che l'aspetto così alterato (sembianza) non si mutò più.

 

Da qui la CELEBERRIMA ARRINGA CONTRA ECCLESIAM IN ILLO TEMPORE

«Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto d’oro usata; 42
ma per acquisto d’esto viver lieto
e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto. 45

 

Qui Dante, per scagliare la precisa accusa di adulterio della Chiesa e di tradimento del proprio compito, gioca con la genealogia.

La sposa di Cristo (la Chiesa) non venne allevata dal mio sangue (di Pietro), da quello di Lino e Cleto ...

Pietro, Lino e Cleto sono il primo, il secondo ed il terzo Papa della Chiesa di Gesù Cristo.

La ripetizione del termine acquisto e la ripresa del concetto di una Chiesa usata bilancia i primi tre Papi martiri della Chiesa con quattro Papi usurpatori, arricchiti e sanguinari.

Il gioco di tre Papi martiri e di quattro Papi carnefici è un contraltare davvero esemplificativo del Cristianesimo in Dante.

Tre e quattro. Anche la numerologia ci aiuta a comprendere che, per il Poeta, oramai sono più i Papi corrotti e perversi che quelli buoni dei primi tempi.

Sisto, Pio, Callisto e Urbano, papi dei secoli II e III (Sapegno).

Non fu nostra intenzion ch’a destra mano
d’i nostri successor parte sedesse,
parte da l’altra del popol cristiano; 48

Lucidissima analisi del Sapegno: citando Matteo XXV, 31-33 e il Giorno del Giudizio nel quale, il Figlio dell'uomo, dividerà gli uomini e i capri alla sinistra e le pecore alla destra, così, dice il commentatore, i papi corrotti anticipano malamente il giudizio divino, distinguendo già sulla terra i reprobi e gli eletti, secondo un criterio che non è morale, ma politico; mentre a loro spetterebbe di agire come pari di tutto il popolo cristiano.

Dunque, la partigianeria dei Papi per i Guelfi (e viceversa) ha corroso non solo la politica italiana e comunale dell'epoca, ma molto più l'azione evangelica e universale della Chiesa di Roma, divenuta soltanto capitale di briganti che cercavano il proprio interesse e utile contro gli avversari.
Quel non fu nostra intenzion più che al plurale maiestatis mi fa pensare a Pietro che parla per Lino e Cleto e i Papi giusti, cosa che gli renderebbe il mestiere di portavoce che è propria del Papa. In più, è una sorta di dichiarazione di innocenza, di presa di posizione. Tante volte, nei Vangeli, Gesù ha chiesto a Pietro e ai discepoli di prendere posizione, di non essere neutrali, di non seguire tutte le voci che correvano tra la gente.

Questa dichiarazione, in qualche modo, riscatta l'originale programma della Chiesa stessa, ricordando Pietro, al Dante personaggio e ai lettori dei millenni seguenti, che non erra la Chiesa in quanto Chiesa, la quale ha un compito preciso e un annunzio di salvezza infrangibile, ma gli interpreti, gli uomini. I quali possono essere vittime o carnefici, fedeli o infedeli.

né che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse; 51


Signaculo non signo. Per dire anche con un diminutivo del rimpicciolimento della Chiesa a vessillo di una parte e non Segno dei tempi. Qui, si parla delle famose chiavi di San Pietro (anche nello stemma papale odierno) le quali sono state nei millenni oggetto di discussione. Dante è categorico. Chi usa il segno delle chiavi per dire che al Papa si deve tutto e tutto è del Papa e il Papa sigilla e disigilla, sbaglia.

Le chiavi sono segno del battesimo, non emblema di un credo politico (tra l'altro molto poco evangelico).


né ch’io fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond’ io sovente arrosso e disfavillo. 54

Non per oro a costo di sangue, non per partigianeria politica o per simboleggiare onnipotenza né che si usi l'immagine mia (di San Pietro) nel sigillo dei (falsi) privilegi venduti (le indulgenze più che la simonia come dice il Sapegno).

Fosse come dico io la lettura preluterana di Dante (che ho sempre avuto sin da ragazzino) e la portata anticipatoria delle sue vedute ne aumenterebbero, se fosse possibile, il già inarrivabile prestigio.

In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché pur giaci? 57

ATTENZIONE: DUE DUBBI DI OGNI UOMO, CREDENTE E NON. LA PRESENZA DI DIO NELLA STORIA.

Passaggio di terzine, anche questo, "epico" "memorabile".

Se vestiti da pastori ci sono lupi rapaci che vedono da quassù per ogni posto della Terra (tutti i paschi, pascoli), o difesa di Dio, si domanda Pietro, perché pur giaci?

Questo perché pur giaci? è la domanda, forse, più difficile e più aspra che un uomo debba affrontare.

L'immobilità di Dio di fronte alla violenza di alcuni.

La presunta immobilità di Dio.

Dante risponde, come sempre mai lasciando andare ragionamento, alla sua maniera, che rimane dentro e ti sazia di luce.


Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
s’apparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi! 60

Dante (qui Pietro) è ancora più pesante nel ragionamento. Non solo la difesa di Dio sembra giacere (inoperosa) ma il buon principio sembra vinto (tu caschi!) davanti al sangue nostro sparso da Caorsini e Guaschi.

Ma l’alta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorrà tosto, sì com’ io concipio; 63

 

RISPOSTA DI DANTE AI DUBBI.

L'avversativo Ma e il terzo nome di Dio, l'alta provedenza, si sono viste già nella storia, ad esempio con Scipio (ma con i profeti dell'A.T., con Gesù, con i martiri stessi dei primi secoli eccetera) e presto soccorrerà i giusti, come io (Pietro alias Dante) concepisco (percepisco).

Come Scipione aveva creduto nella vittoria finale, così il credente crede nella Provvidenza di Dio. E chi ha veramente creduto in Dio, fortemente creduto in Dio, ha visto miracoli avverarsi nella propria vita e nella Storia.

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch’io non ascondo». 66

Ammonimento a Dante da parte del primo Papa. Quando torni giù avverti su come stanno le cose.

La prolissa ma decisa rampogna di Pietro termina qui.

Sì come di vapor gelati fiocca
in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
de la capra del ciel col sol si tocca, 69
in sù vid’ io così l’etera addorno
farsi e fioccar di vapor trïunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno. 72

Similitudine: come la neve fiocca giù, sulla Terra, quando il corno della capra (il vertice della costellazione del Capricorno, 21 Dicembre - 21 Gennaio) si tocca col sole, così vidi io fioccare i vapori trionfanti (le quattro faci di prima).

Per l'uscita, un'immagine tanto poetica come la neve che fiocca in inverno è parte di quel genio dantesco che tante volte è affabilità e dolcezza, a spezzare la durezza di parole tanto dure e così poco consone al Paradiso, sebbene necessarie e piene di speranza.

 

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,

e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del più avanti. 75

Onde la donna, che mi vide assolto
de l’attendere in sù, mi disse: «Adima
il viso e guarda come tu se’ vòlto». 78

Da l’ora ch’ïo avea guardato prima
i’ vidi mosso me per tutto l’arco
che fa dal mezzo al fine il primo clima; 81

sì ch’io vedea di là da Gade il varco
folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco. 84

E più mi fora discoverto il sito
di questa aiuola; ma ’l sol procedea
sotto i mie’ piedi un segno e più partito. 87

La mente innamorata, che donnea
con la mia donna sempre, di ridure
ad essa li occhi più che mai ardea; 90

e se natura o arte fé pasture
da pigliare occhi, per aver la mente,
in carne umana o ne le sue pitture, 93

tutte adunate, parrebber nïente
ver’ lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente. 96

E la virtù che lo sguardo m’indulse,
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo m’impulse. 99

Le parti sue vivissime ed eccelse
sì uniforme son, ch’i’ non so dire
qual Bëatrice per loco mi scelse. 102

Ma ella, che vedëa ’l mio disire,
incominciò, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire: 105

«La natura del mondo, che quïeta
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta; 108

e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s’accende
l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove. 111

Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che ’l cinge solamente intende. 114

Non è suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto; 117

e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser manifesto. 120

Oh cupidigia, che i mortali affonde
sì sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde! 123

Ben fiorisce ne li uomini il volere;
ma la pioggia continüa converte
in bozzacchioni le sosine vere. 126

Fede e innocenza son reperte
solo ne’ parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian coperte. 129

Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna; 132

e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disïa poi di vederla sepolta. 135

Così si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel ch’apporta mane e lascia sera. 138

Tu, perché non ti facci maraviglia,
pensa che ’n terra non è chi governi;
onde sì svïa l’umana famiglia. 141

Ma prima che gennaio tutto si sverni
per la centesma ch’è là giù negletta,
raggeran sì questi cerchi superni, 144

che la fortuna che tanto s’aspetta,
le poppe volgerà u’ son le prore,
sì che la classe correrà diretta; 147

e vero frutto verrà dopo ’l fiore».