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Hedda Gabler: la tragedia borghese antiborghesia


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Il norvegese Ibsen è stato, per il teatro borghese dell'Ottocento e per il teatro moderno in genere, l'iniziatore di un nuovo modo. Anticonformista, polemico ma anche acuto e profondo, lo scrittore e drammaturgo scandinavo riesce ancora oggi ad essere di un'attualità spiazzante, se si considera che il maschilismo della società è stato ridimensionato e che la donna ha parità di diritti ed è infinitamente più libera rispetto a solo mezzo secolo fa (o meno). Eppure le sue eroine sono l'incona di un mondo nuovo che sorgeva proprio mentre il vecchio si autocelebrava per l'ultima volta, mentre il dannunzianesimo europeo continuava a perdurare ilo stereotipo del mito classico e di Teseo che abbandona Arianna o del maschio dominatore che impone le sue scelte alla compagna.

 

E allora, con Ibsen, domandiamo, ancora adesso, se la nostra società abbia bisogno di femminismo, di femminilità o di cos'altro!

 

Sicuramente Hedda è rappresentata come una donna forte, una donna dal carattere coriaceo e guerresco, quasi mascolina se non fosse per la prorompente sensualità che effonde, pure repressa da un uomo debole, suo marito Jorgen Tesman, uno scrittoraccio, stretto nei libri, nelle biblioteche, teso a scrivere un grande capolavoro di nullità e, mancasse, devotamente e sdolcinatamente avvinto ancora alle gonne delle zie.

Il riapparire sulla scena degli ex, di lui e di lei, segna il cambiamento dell'azione.

Hedda, già profondamente scomoda in quella vita, viene affascinata dalla vita indipendente e incomune del giovane Lovborg.

 

E così Hedda diviene coerente con sé stessa, quando tutto quel teatro della vita si scopre per finto, per incapace di emozioni vere e di vita forte, quando comprende che nessuno la capisce, quando non sente né sé né il suo ruolo di donna libero o reso degno.