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LA RESURREZIONE DI DANTE ATTRAVERSO L'AMORE PER BEATRICE E LA VITA NOVA


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Opera datata intorno al 1293/1294. Se tale datazione è vera, allora determina alcuni effetti: Dante rimpiange Beatrice post mortem, mentre sappiamo che si perde nell’elogio di altre donne (la Pargoletta, la Petra).

Asor Rosa parla della Vita Nuova come di un “ripensamento critico dell’autore”, di “uno svolgimento spirituale interno” alla propria produzione giovanile.

I . In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova.

Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d’assemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia.

Degnissimo inizio di un’opera nuova, quella che ci ritrae la memoria umana come un libro del quale non tutte le pagine si possono leggere: una pagina stracciata, la carta ingiallita, dell’inchiostro caduto, pare di vederlo, questo libro.

Dante ha cara questa metafora, che aveva usato anche nel verso “nel libro de la mente che vien meno”, della canzone E m’incresce di me sì duramente.

La rubrica, nel Medioevo, inizia sempre con l’Incipit. Incipit vita nova.

De Robertis, in Asor Rosa, capisce che la novità poetica di Dante è così potente da differenziarsi nettamente dalla tradizione della Chanzoneta nueva, la canzone novella.

A me, che volete, per “deformazione personale”, prima ancora che detta tradizione, viene in mente il Salmo 32 della Bibbia: “Cantate al Signore un canto nuovo…” o di due passi più espliciti di 2Maccabei 7:9 “Giunto all'ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna»” o il passo paolino in Romani 6:4 “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova”.

Libello mi fa pensare a Catullo.

 

 

II. Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare. (…)

 

 

Quasi a compire i nove anni (ma Dante non indica precisamente la propria data di nascita) egli dichiara di avere incontrato per la prima volta “la gloriosa donna de la mia mente”, colei che era destinata a scriversi nell’anima di Dante.

Chiamata da molti Beatrice, anche se i molti non sapevano cosa dicevano (un po’ come Pietro davanti a Gesù trasfigurato).

Il Contini e l’Asor Rosa insistono, giustamente, sulla tradizione medievale dell’interpretatio nominis, ma detta lettura mi sembra, se non scorretta, parziale.

La tradizione della interpretatio nominis non è già una invenzione medievale, questo è noto a tutti, ma deriva almeno dai Romani e da quella frase poi divenuta proverbiale del Nomen Omen (Nel nome il destino).

Scegliere un nome, nell’antica Roma, aveva un valore sacrale: un augurio, il temperamento di una preghiera per chiedere agli dèi di dare dei nomi al nascituro: Augusto, Clemente, Pio…

Dunque, dire che gli altri non sapevano cosa dicevano (cosa che Dante dice di sé nella canzone Tre donne intorno al cor mi son venute) vuol dire che non hanno (ri)conosciuto la reale grandezza e bellezza di Beatrice, il cui nome vuol dire “che rende beati” e si ricollega, cristianamente, al discorso delle beatitudini di Gesù.

Beatrice, già anticipa Dante, è la somma delle beatitudine, la via per esse.

 

Ora l’autore espone, secondo la filosofia tomistica descritta in Alberto Magno, quali furono le reazioni del suo interno. Si noti, dunque, come da subito la Vita Nuova diventa non tanto sterile cronaca o vana apologia, né insipido rimpianto, ma analisi psicologica profondissima; tanto che, a mio parere, (con tutti i limiti “scientifici” che possiamo avanzare al tempo, al tomismo e al poeta) poche realizzazioni letterarie sono riuscite a scavare così a fondo l’animo umano, quasi nessun prodotto scientifico o pseudo tale, se si considera che i pure importanti esperimenti neurologici condotti quasi seicento anni dopo da Freud porteranno ad una così chiara esemplificazione del complesso interno che definiamo “anima”.

 

Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che la sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: «Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi».

In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l'alta camera ne la quale tutti li spiriti

sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li

spiriti del viso, sì disse queste parole: «Apparuit iam beatitudo vestra». In quello punto lo spirito

naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere,

e piangendo, disse queste parole: «Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!». D'allora

innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a lui disponsata, e cominciò

a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la vertù che li dava la mia imaginazione,

che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente. Elli mi comandava molte volte che io

cercasse per vedere questa angiola giovanissima; onde io ne la mia puerizia molte volte l'andai

cercando, e vedèala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del

poeta Omero: "Ella non parea figliuola d'uomo mortale, ma di Deo". E avegna che la sua imagine,

la quale continuamente meco stava, fosse baldanza d'Amore a segnoreggiare me, tuttavia era di sì

nobilissima vertù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio de la

ragione in quelle cose là ove cotale consiglio fosse utile a udire. E però che soprastare a le passioni

e atti di tanta gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e trapassando molte

cose, le quali si potrebbero trarre de l'esemplo onde nascono queste, verrò a quelle parole le quali

sono scritte ne la mia memoria sotto maggiori paragrafi.

 

Lo spirito della vita (Dio è spirito, leggesi Genesi) abita la camera del cuore (altra metafora dolcissima) e, vedendo la bellezza di Beatrice e sospettando della sua grandezza ne trema.

Esso stesso, a tanta visione esclama: «Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi», Ecco un dio più forte di me, che viene per dominarmi!

L’anima animale afferma: «Apparuit iam beatitudo vestra», è appena apparsa la vostra beatitudine (vostra è diretta alle altre parti dell’anima di Dante o all’umanità?) – a De Robertis si deve ricordare una canzone cavalcantiana molto simile; l’anima naturale segue: «Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!» Ohimè misero, poiché frequentemente impedito sarò da adesso!.

Da quel momento si sentirà “investito” della potenza d’amore.

Inizia, invece, ora la parte del libro in cui, all’esposizione dei fatti viene integrandosi una poesia e quindi la lectio magistrali dantesca che in qualità di esegeta di sé stesso inizia un erudito discorso filologico su ogni canzone, a volere indirizzare il lettore verso l’autenticità della lettura della propria scrittura.

Questo lavoro psicologico-filologico è, in realtà, il vero movente per cui Dante scrive la Vita Nuova, dato che il risultato di questa indagine scaturirà nella lode della Gentilissima come effetto non come causa.

(È mia moglie che mi avverte dell’errore di Asor Rosa di indicare l’opera come Vita Nuova e non come Vita Nova – così come io la conoscevo. D’altronde, si sa, cosa sarebbe un uomo senza una donna?).

La Vita Nova, dunque, viene a configurarsi anche per quel gusto della ricerca erudita della Verità che passa, in letteratura, per quelle “letture” stratificate che Dante, più avanti, ci insegnerà: la lettura letterale, quella anagogica, quella allegorica, quello morale.

 

 

III. [II] Poi che furono passati tanti die, che appunto erano compiuti li nove anni appresso

l'apparimento soprascritto di questa gentilissima, ne l'ultimo di questi die avvenne che questa

mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali

erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov'io era molto

pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe molto

virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine. L'ora che lo suo

dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quello giorno; e però che quella fu la prima

volta che le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come

inebriato mi partio da le genti, e ricorsi a lo solingo luogo d'una mia camera, e puòsimi a pensare di

questa cortesissima. [III] E pensando di lei mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m'apparve

una maravigliosa visione, che me parea vedere ne la mia camera una nèbula di colore di fuoco,

dentro a la quale io discernea una figura d'uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e

pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le

quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: «Ego dominus tuus». Ne le sue

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braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo

sanguigno leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch'era la donna de

la salute, la quale m'avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E ne l'una de le mani mi parea che

questi tenesse una cosa, la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: «Vide cor

tuum». E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si

sforzava per suo ingegno, che la facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella

mangiava dubitosamente. Appresso ciò, poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo

pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne

gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo

sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato. E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l'ora ne la

quale m'era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente

ch'ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte. Pensando io a ciò che m'era apparuto,

propuosi di farlo sentire a molti, li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse

cosa che io avesse già veduto per me medesimo l'arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno

sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d'Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione,

scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale

comincia: "A ciascun'alma presa".

A ciascun'alma presa, e gentil core,

nel cui cospetto ven lo dir presente,

in ciò che mi rescrivan suo parvente,

salute in lor segnor, cioè Amore.

Già eran quasi che atterzate l'ore

del tempo che onne stella n'è lucente,

quando m'apparve Amor subitamente,

cui essenza membrar mi dà orrore.

Allegro mi sembrava Amor tenendo

meo core in mano, e ne le braccia avea

madonna involta in un drappo dormendo.

Poi la svegliava, e d'esto core ardendo

lei paventosa umilmente pascea:

appresso gir lo ne vedea piangendo.

Questo sonetto si divide in due parti; che la prima parte saluto e domando risponsione, ne la

seconda significo a che si dee rispondere. La seconda parte comincia quivi: "Già eran".

Nove anni dopo, 1283, ai quasi diciotto di Beatrice e quasi diciannove suoi, nello stesso giorno, Dante la ricontrò ed ella lo salutò. Dacché egli sognò di lei e poi scrisse il sonetto che spiega. Esposizione “breve e compendiosa” (si dice dalle mie parti).

Amore gli dice, in latino, «Ego dominus tuus» che si vede bene essere il primo comandamento dato da Dio a Mosè nelle Tavole della Legge e il primo comandamento di ogni religione positiva.

L’Amore, dunque, terrà il cuore di Dante (quando arriverà la tempesta) e gli permetterà di salvarsi dal naufragio degli anni difficoltosi che lo assaliranno.

 

A questo sonetto fue risposto da molti e di diverse sentenzie; tra li quali fue risponditore quelli cui

io chiamo primo de li miei amici, e disse allora uno sonetto, lo quale comincia: "Vedesti al mio

parere onne valore". E questo fue quasi lo principio de l'amistà tra lui e me, quando elli seppe che

io era quelli che li avea ciò mandato. Lo verace giudicio del detto sogno non fue veduto allora per

alcuno, ma ora è manifestissimo a li più semplici.

Il primo degli amici è Cavalcanti. Il “verace giudicio” era oscuro, inizialmente, per questo Dante si risolve a interpretare la sua produzione in modo più manifesto.

 

IV. Da questa visione innanzi cominciò lo mio spirito naturale ad essere impedito ne la sua

operazione, però che l'anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima; onde io divenni in

picciolo tempo poi di sì fràile e debole condizione, che a molti amici pesava de la mia vista; e molti

pieni d'invidia già si procacciavano di sapere di me quello che io volea del tutto celare ad altrui. Ed

io, accorgendomi del malvagio domandare che mi faceano, per la volontade d'Amore, lo quale mi

comandava secondo lo consiglio de la ragione, rispondea loro che Amore era quelli che così m'avea

governato. Dicea d'Amore, però che io portava nel viso tante de le sue insegne, che questo non si

potea ricovrire. E quando mi domandavano: «Per cui t'ha così distrutto questo Amore?», ed io

sorridendo li guardava, e nulla dicea loro.

 

 

Quarto capitoletto, Beatrice è detta “gentilissima”. Questo aggettivo riferito a una donna significava l’incarnazione dell’Amore (e dell’Amore di Dio per i credenti o convertiti come Dante).

Usarlo in forma “accrescitiva” ne moltiplica il valore.

 

V. Uno giorno avvenne che questa gentilissima sedea in parte ove s'udiano parole de la regina de la

gloria, ed io era in luogo dal quale vedea la mia beatitudine: e nel mezzo di lei e di me per la retta

linea sedea una gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale mi mirava spesse volte,

maravigliandosi del mio sguardare, che parea che sopra lei terminasse. Onde molti s'accorsero de lo

suo mirare; ed in tanto vi fue posto mente, che, partendomi da questo luogo, mi sentio dicere

appresso di me: «Vedi come cotale donna distrugge la persona di costui»; e nominandola, eo intesi

che dicea di colei che mezzo era stata ne la linea retta che movea da la gentilissima Beatrice e

terminava ne li occhi miei. Allora mi confortai molto, assicurandomi che lo mio secreto non era

comunicato lo giorno altrui per mia vista. E mantenente pensai di fare di questa gentile donna

schermo de la veritade; e tanto ne mostrai in poco tempo, che lo mio secreto fue creduto sapere da

le più persone che di me ragionavano. Con questa donna mi celai alquanti anni e mesi; e per più

fare credente altrui, feci per lei certe cosette per rima, le quali non è mio intendimento di scrivere

qui, se non in quanto facesse a trattare di quella gentilissima Beatrice; e però le lascerò tutte, salvo

che alcuna cosa ne scriverò che pare che sia loda di lei.

Lo stile è così diretto e sincero, Dante fa parlare il suo spirito, che mi ricorda le Confessioni di Sant’Agostino.

Durante la messa, celebrata in onore di Maria, Dante guarda Beatrice ma è guardata da una “gentile donna” e non gentilissima, si badi, di molto bell’aspetto.

Qui si insinuano già le dicerie della gente di cui poco saviamente qui Dante si compiace; salvano il suo segreto. Tuttavia verrà tempo che le stesse dicerie gli toglieranno l’amore della dolce Beatrice.

Nasce qui il pensiero di difendere la Gentilissima dalla curiosità della gente, nasce lo “schermo de la vertade”.

Questa gentile donna gli è schermo anni e mesi, addirittura; così, mentre si emoziona per il saluto e le due parolette scambiate di tanto in tanto con Beatrice, può distogliere l’attenzione degli altri.

Ah, curarsi degli altri quanto costa!

 

 

VI. Dico che in questo tempo che questa donna era schermo di tanto amore, quanto da la mia parte,

sì mi venne una volontade di volere ricordare lo nome di quella gentilissima ed acompagnarlo di

molti nomi di donne, e spezialmente del nome di questa gentile donna. E presi li nomi di sessanta le

più belle donne de la cittade ove la mia donna fue posta da l'altissimo sire, e compuosi una pìstola

sotto forma di serventese, la quale io non scriverò: e non n'avrei fatto menzione, se non per dire

quello che, componendola, maravigliosamente addivenne, cioè che in alcuno altro numero non

sofferse lo nome de la mia donna stare, se non in su lo nove, tra li nomi di queste donne.

Scrive un serventese che mascheratamente vorrebbe lodare, tra le sessanta donne più belle di Firenze, la donna-schermo, ma in realtà vorrà ricordare il nome di Beatrice, della Gentilissima, che “maravigliosamente” è nono.

 

 

VII. La donna co la quale io avea tanto tempo celata la mia volontade, convenne che si partisse de

la sopradetta cittade e andasse in paese molto lontano: per che io quasi sbigottito de la bella difesa

che m'era venuta meno, assai me ne disconfortai, più che io medesimo non avrei creduto dinanzi. E

pensando che se de la sua partita io non parlasse alquanto dolorosamente, le persone sarebbero

accorte più tosto de lo mio nascondere, propuosi di farne alcuna lamentanza in uno sonetto; lo

quale io scriverò, acciò che la mia donna fue immediata cagione di certe parole che ne lo sonetto

sono, sì come appare a chi lo intende. E allora dissi questo sonetto, che comincia: "O voi che per la

via".

O voi, che per la via d'Amor passate,

attendete e guardate

s'elli è dolore alcun, quanto 'l mio, grave;

e prego sol ch'audir mi sofferiate,

e poi imaginate

s'io son d'ogni tormento ostale e chiave.

Amor, non già per mia poca bontate,

ma per sua nobiltate,

mi pose in vita sì dolce e soave,

ch'io mi sentia dir dietro spesse fiate:

«Deo, per qual dignitate

così leggiadro questi lo core have?»

Or ho perduta tutta mia baldanza,

che si movea d'amoroso tesoro;

ond'io pover dimoro,

in guisa che di dir mi ven dottanza.

Sì che volendo far come coloro

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che per vergogna celan lor mancanza,

di fuor mostro allegranza,

e dentro dallo core struggo e ploro.

Questo sonetto ha due parti principali; che ne la prima intendo chiamare li fedeli d'Amore per

quelle parole di Geremia profeta che dicono: "O vos omnes qui transitis per viam, attendite et

videte si est dolor sicut dolor meus", e pregare che mi sofferino d'audire; nella seconda narro là ove

Amore m'avea posto, con altro intendimento che l'estreme parti del sonetto non mostrano, e dico

che io hoe ciò perduto. La seconda parte comincia quivi: "Amor, non già".

 

Più che l’analisi del sonetto, è interessante capire perché Dante lo trascrive: perché “di fuor mostro allegranza, e dentro dallo core struggo e ploro”. Si ricorderanno molti di questa immagine e queste parole, a me sovvengono Petrarca e Foscolo.

 

(VIII) Nell’ottavo capitoletto parla di due sonetti (Piangete amanti, Morte villana) che scrive in ragione della morte di una giovane, conosciuta in città, la quale era amica di Beatrice.

Per cerchi concentrici, ma tutto vuole riferirsi a lei.

 

(IX) Nel nono capitoletto, invece, avviene qualcosa di nuovo: lascia Firenze e si dirige in una città che è vicina al luogo dove è andata a vivere la donna-schermo. Dante non è contento di andare via da Firenze e sospira, ma è in compagnia e questo sospirare quando poi si potrebbe rivedere la donna-schermo (che tutti credono da Dante amata) potrebbe risultare sospetto. Amore, dunque, gli suggerisce la soluzione. Fingersi innamorato di un’altra donna, la seconda donna-schermo, di cui Amore gli fa il nome. Questo giustificherebbe i sospiri e la sua condizione di innamorato.

 

E dette queste parole, disparve questa mia

imaginazione tutta subitamente, per la grandissima parte che mi parve che Amore mi desse di sé; e,

quasi cambiato ne la vista mia, cavalcai quel giorno pensoso molto ed accompagnato da molti

sospiri. Appresso lo giorno, cominciai di ciò questo sonetto, lo quale comincia "Cavalcando".

Cavalcando l'altr'ier per un cammino,

pensoso de l'andar che mi sgradia,

trovai Amore in mezzo de la via

in abito leggier di peregrino.

Ne la sembianza mi parea meschino,

come avesse perduta segnoria;

e sospirando pensoso venia,

per non veder la gente, a capo chino.

Quando mi vide, mi chiamò per nome,

ov'era lo tuo cor per mio volere;

e rècolo a servir novo piacere».

Allora presi di lui sì gran parte,

ch'elli disparve, e non m'accorsi come.

Questo sonetto ha tre parti: ne la prima parte dico sì com'io trovai Amore, e quale mi parea; ne la

seconda dico quello ch'elli mi disse, avegna che non compiutamente per tema ch'avea di discovrire

lo mio secreto; ne la terza dico com'elli mi disparve.La seconda comincia quivi: "Quando mi vide";

la terza: "Allora presi".

Questa miracolosa apparizione di Amore a me sembra, anche se Dante ne tace, rilettura del passo evangelico di Emmaus.

 

 

La vicenda si complica, sino a che tutto poi, in maniera inesorabile, precipita con questo finto secondo amore, per il quale Dante si spinge oltre tanto che la gente chiacchiera.

Questo ci fa capire che, quel primo amore-schermo, quel primo corteggiamento-non amore, era riuscito bene. Altrimenti Beatrice gli avrebbe tolto il saluto da prima.

Con questa seconda donna, invece, la spietata diceria della gente, rovina l’idillio della sua sicurezza.

 

X. Appresso la mia ritornata mi misi a cercare di questa donna, che lo mio segnore m'avea

nominata ne lo cammino de li sospiri; e acciò che lo mio parlare sia più brieve, dico che in poco

tempo la feci mia difesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltre li termini de la cortesia; onde

molte fiate mi pesava duramente. E per questa cagione, cioè di questa soverchievole voce che parea

che m'infamasse viziosamente, quella gentilissima, la quale fue distruggitrice di tutti li vizi e regina

de le virtudi, passando per alcuna parte, mi negò lo suo dolcissimo salutare, ne lo quale stava tutta

la mia beatitudine. Ed uscendo alquanto del proposito presente, voglio dare a intendere quello che

lo suo salutare in me virtuosamente operava.

XI. Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza de la mirabile salute nullo nemico

mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque

m'avesse offeso; e chi allora m'avesse domandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe stata

solamente 'Amore', con viso vestito d'umilitade. E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare,

uno spirito d'amore, distruggendo tutti li altri spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti spiriti del

viso, e dicea loro: «Andate a onorare la donna vostra»; ed elli si rimanea nel luogo loro. E chi

avesse voluto conoscere Amore, fare lo potea, mirando lo tremare de li occhi miei. E quando questa

gentilissima salute salutava, non che Amore fosse tal mezzo che potesse obumbrare a me la

intollerabile beatitudine, ma elli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo

quale era tutto allora sotto lo suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave inanimata. Sì

che appare manifestamente che ne le sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte volte

passava e redundava la mia capacitade.

 

Il capitoletto undecimo è così bello e così sincero da sembrare l’inno alla carità di San Paolo.

“per la speranza del suo eccezionale saluto non mi restava nessun nemico, anzi mi giungeva una fiamma di carità che mi faceva perdonare a chiunque m’avesse offeso”. Ad un uomo intelligente (e magari credente) non sfuggirà l’incredibile determinazione teologica di questo passo, che ricalca la vera immagine del cristiano e segue e incarna le parole sante del Vangelo.

Gli effetti del saluto di Beatrice su di lui sono molteplici e densi. In un capitoletto così breve Dante riesce a dimostrare la sua “innocenza”, il suo “amore vero”.

 

XII. Ora, tornando al proposito, dico che poi che la mia beatitudine mi fue negata, mi giunse tanto

dolore, che, partito me da le genti, in solinga parte andai a bagnare la terra d'amarissime lagrime.

Quindi Dante torna in camera e si addormenta e immagina di avere l’apparizione di un uomo vestito di bianco (ricordare i fatti del Sepolcro, prego…), il quale gli dice: «Fili mi, tempus est ut praetermictantur simulacra nostra», Figlio mio, è tempo perché XXX.

Quindi Dante gli chiede, “Signore della nobiltà, e perché tu piangi?”.

Quello risponde: «Ego tanquam centrum circuli, cui simili modo se habent circumferentiae partes; tu autem non sic», “Io sono talmente al centro del cerchio che in modo simile si fanno parti di circonferenza; tu invece non lo sei”. (Per cui, Amore è al centro del problema, ha capito il comportamento di Beatrice mentre Dante no).

“Che è, signore, che mi parlate sì oscuramente”.

Amore gli risponde, per la prima volta, in lingua volgare: “Non domandare di più di ciò che ti sia utile (a capire)!”.

E però cominciai allora con lui a ragionare de la salute la quale mi

fue negata, e domandàilo de la cagione; onde in questa guisa da lui mi fue risposto: «Quella nostra

Beatrice udio da certe persone, di te ragionando, che la donna la quale io ti nominai nel cammino

de li sospiri, ricevea da te alcuna noia; e però questa gentilissima, la quale è contraria di tutte le

noie, non degnò salutare la tua persona, temendo non fosse noiosa. Onde con ciò sia cosa che

veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo tuo secreto per lunga consuetudine, voglio che tu

dichi certe parole per rima, ne le quali tu comprendi la forza che io tegno sopra te per lei, e come tu

fosti suo tostamente da la tua puerizia. E di ciò chiama testimonio colui che lo sa, e come tu prieghi

lui che li le dica; ed io, che son quelli, volentieri le ne ragionerò; e per questo sentirà ella la tua

volontade la quale sentendo, conoscerà le parole de li ingannati. Queste parole fa che siano quasi un

mezzo, sì che tu non parli a lei immediatamente, che non è degno; e no le mandare in parte sanza

me, ove potessero essere intese da lei, ma falle adornare di soave armonia, ne la quale io sarò tutte

le volte che farà mestiere». E dette queste parole, sì disparve, e lo mio sonno fue rotto. Onde io

ricordandomi trovai che questa visione m'era apparita ne la nona ora del die; e anzi ch'io uscisse di

questa camera, propuosi di fare una ballata, ne la quale io seguitasse ciò che lo mio segnore m'avea

imposto; e feci poi questa ballata, che comincia: "Ballata, i' vo'".

Ballata, i' vo' che tu ritrovi Amore,

e con lui vade a madonna davante,

sì che la scusa mia, la qual tu cante,

ragioni poi con lei lo mio segnore.

Tu vai, ballata, sì cortesemente,

che sanza compagnia

dovresti avere in tutte parti ardire;

ma se tu vuoli andar sicuramente,

retrova l'Amor pria,

ché forse non è bon sanza lui gire;

però che quella che ti dee audire,

sì com'io credo, è ver di me adirata:

se tu di lui non fossi accompagnata,

leggeramente ti faria disnore.

Con dolze sono, quando se' con lui,

comincia este parole,

appresso che averai chesta pietate:

«Madonna, quelli che mi manda a vui,

quando vi piaccia, vole,

sed elli ha scusa, che la m'intendiate.

Amore è qui, che per vostra bieltate

lo face,come vol,vista cangiare:

dunque perché li fece altra guardare

pensatel voi, da che non mutò 'l core».

Dille: «Madonna, lo suo core è stato

con sì fermata fede,

che 'n voi servir l'ha 'mpronto onne pensero:

tosto fu vostro, e mai non s'è smagato».

Sed ella non ti crede,

dì che domandi Amor, che sa lo vero:

ed a la fine falle umil preghero,

lo perdonare se le fosse a noia,

che mi comandi per messo ch'eo moia,

e vedrassi ubidir ben servidore.

E dì a colui ch'è d'ogni pietà chiave,

avante che sdonnei,

che le saprà contar mia ragion bona:

«Per grazia de la mia nota soave

reman tu qui con lei,

e del tuo servo ciò che vuoi ragiona;

e s'ella pel tuo prego li perdona,

fa che li annunzi un bel sembiante pace».

Gentil ballata mia, quando ti piace,

movi in quel punto che tu n'aggie onore.

Questa ballata in tre parti si divide: ne la prima dico a lei ov'ella vada, e confòrtola però che vada

più sicura, e dico ne la cui compagnia si metta, se vuole sicuramente andare e sanza pericolo

alcuno; ne la seconda dico quello che lei si pertiene di fare intendere; ne la terza la licenzio del gire

quando vuole, raccomandando lo suo movimento ne le braccia de la fortuna. La seconda parte

comincia quivi: "Con dolze sono"; la terza quivi: "Gentil ballata".

Potrebbe già l'uomo opporre contra me e dicere che non sapesse a cui fosse lo mio parlare in

seconda persona, però che la ballata non è altro che queste parole ched io parlo: e però dico che

questo dubbio io lo intendo solvere e dichiarare in questo libello ancora in parte più dubbiosa; e

allora intenda qui chi qui dubita, o chi qui volesse opporre in questo modo.

XIII. Ragionamenti di Dante circa Amore: è buono Amore che solleva l’amante dalle cose vili; è brutto Amore se uno più ama e più soffre; terzo, se “nomina sunt consequentia rerum”, allora il nome di Amore non può che parlare di dolcezza (non la pensava così Guittone); quarto e ultimo grado di analisi: la donna che ti ha fatto innamorare non è come le altre, è diversa.

Così poi passa a spiegare il sonetto: Tutti li miei pensier.

 

Tutti li miei pensier parlan d'Amore;

e hanno in loro sì gran varietate,

ch'altro mi fa voler sua potestate,

altro folle ragiona il suo valore,

altro sperando m'aporta dolzore,

altro pianger mi fa spesse fiate;

e sol s'accordano in cherer pietate,

tremando di paura, che è nel core.

Ond'io non so da qual matera prenda;

e vorrei dire, e non so ch'io mi dica:

così mi trovo in amorosa erranza.

E se con tutti vòi far accordanza,

convènemi chiamar la mia nemica,

madonna la Pietà, che mi difenda.

La battaglia dei pensieri qui descritta è un altro degli spunti da cui Petrarca trarrà il modus operandi delle sue canzoni più introspettive.

 

XIV. Altro avvenimento (ora si infittiscono). Con un amico va per Firenze e questi lo porta ad una festa di matrimonio per fargli vedere tutte le belle donne li adunate. Si usava fare un primo pranzo e compagnia alla sposa in casa dello sposo, il primo giorno.

Così tra le invitate, Dante, ad un certo punto, vide Beatrice e immediatamente si “trasfigurò”.

Io dico che molte di queste donne, accorgendosi de la mia trasfigurazione, si cominciaro a maravigliare, e ragionando si gabbavano di me con questa gentilissima; onde lo ingannato amico di buona fede mi prese per la mano, e traendomi fuori de la veduta di queste donne, sì mi domandò che io avesse.

Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti spiriti miei, e li discacciati rivenuti a le loro

possessioni, dissi a questo mio amico queste parole: «Io tenni li piedi in quella parte de la vita, di là

da la quale non si puote ire più per intendimento di ritornare».

 

Tornato in camera, pieno di lacrime, pianse, dormì e rinvenuto pensò che se Beatrice conoscesse il suo stato non lo deriderebbe assieme alle altre donne; così scrisse:

 

Con l'altre donne mia vista gabbate,

e non pensate, donna, onde si mova

ch'io vi rassembri sì figura nova

quando riguardo la vostra beltate.

Se lo saveste, non porìa Pietate

tener più contra me l'usata prova,

ché Amor, quando sì presso a voi mi trova,

prende baldanza e tanta securtate,

che fère tra' miei spiriti paurosi,

e quale ancide, e qual pinge di fore,

sì che solo remane a veder vui:

ond'io mi cangio in figura d'altrui,

ma non sì ch'io non senta bene allore

li guai de li scacciati tormentosi.

 

XV.

 

Altri due pensieri: perché la cerchi? perché ti è necessaria!

Sonetto e commento.

 

Ciò che m'incontra ne la mente, more,

quand'i' vegno a veder voi, bella gioia;

e quand'io vi son presso, i' sento Amore

che dice: «Fuggi, se 'l perir t'è noia».

Lo viso mostra lo color del core,

che, tramortendo, ovunque pò s'appoia;

e per la ebrietà del gran tremore

le pietre par che gridin: «Moia, moia».

Peccato face chi allora mi vide,

se l'alma sbigottita non conforta,

sol dimostrando che di me li doglia,

per la pietà, che 'l vostro gabbo ancide,

la qual si cria ne la vista morta

de li occhi, c'hanno di lor morte voglia.

 

Sonetto tutto costretto dentro la tematica della morte dell’amante per il disprezzo dell’amato.

 

XVI. Quattro stadi del suo amore, in questo momento diventato una battaglia della mente: il ricordo del tempo felice, l’assalto di Amore che lo conduce ad accessi così vicini alla morte che solo il pensiero della donna lo salva, l’effetto non più benefico che gli faceva vedere Beatrice (per la qual cosa ora la fuggiva) e, in ultimo, non solo non si difendeva più ma si dichiarava vinto da così tanto impeto.

Commenta la poesia Spesse fiate.

 

Spesse fiate vègnonmi a la mente

le oscure qualità ch'Amor mi dona,

e vènnemi pietà, sì che sovente

io dico: «Lasso! avvien elli a persona?»;

ch'Amor m'assale subitanamente,

sì che la vita quasi m'abbandona:

càmpami uno spirto vivo solamente,

e que' riman, perché di voi ragiona.

Poscia mi sforzo, ché mi voglio atare;

e così smorto, d'onne valor vòto,

vegno a vedervi, credendo guerire:

e se io levo li occhi per guardare,

nel cor mi si comincia uno tremoto,

che fa de' polsi l'anima partire.

 

 

XVII. Dopo tre sonetti dedicati a Beatrice, ma che non sortiscono effetto amoroso, si rivolge a “matera nuova”.

 

XVIII. Capitoletto davvero interessante. Alcune donne lo chiamano per la strada. Vista la mancanza della gentilissima egli va. Naturalmente, essendo molte, alcune di loro ridono tra loro. Anche colei che lo chiama per nome non sembra tacere un tono di sottile scherno. Domanda infatti: «A che fine ami tu questa tua donna, poi che tu non puoi sostenere la sua presenza? Dilloci, ché certo lo fine di cotale amore conviene che sia novissimo».

E Dante risponde: «Madonne, lo fine del mio amore fue già lo saluto di questa donna, forse di cui

voi intendete, ed in quello dimorava la beatitudine, ché era fine di tutti li miei desiderii. Ma poi che

le piacque di negarlo a me, lo mio segnore Amore, la sua merzede, ha posto tutta la mia beatitudine

in quello che non mi puote venire meno».

Si apre, tra le donne, un dibattito, al quale Dante non partecipa ma vede che sospirano, vede che si agitano. Così, finalmente, colei che l’aveva chiamato disse: «Noi ti preghiamo che tu ne dichi ove sia questa tua beatitudine».

Dante afferma: «In quelle parole che lodano la donna mia».

La donna: «Se tu ne dicessi vero, quelle parole che tu n'hai dette in notificando la tua condizione, avrestù operate con altro intendimento».

Onde io, pensando a queste

parole, quasi vergognoso mi partìo da loro, e venia dicendo fra me medesimo: «Poi che è tanta

beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna, perché altro parlare è stato lo mio?». E però

propuosi di prendere per matera de lo mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa

gentilissima; e pensando molto a ciò, pareami avere impresa troppo alta matera quanto a me, sì che

non ardia di cominciare; e così dimorai alquanti dì con disiderio di dire e con paura di cominciare.

Che bello l’amore! Innanzittutto io sostengo e sosterrò ben oltre la mia morte che uno non è fatto uomo dal militare, dal litigare con genitori o dal prendere e dare botte qua e là così come a quel punto della sua vita che sostiene lodevolmente il discorso di una donna scaltra.

E questo è punto per Dante, il quale anche andandosene semisconfitto ha pure dimostrato senno e bellezza di linguaggio.

Dopo ciò, che bello l’amore! Sentite che tremore ci fa provare, a distanza di secoli, a leggerne su una pagina.

Aveva intento di dire con alta voce in alta materia e dimorò “alquanti dì” con questo desiderio di dire e la paura di iniziare.

Di solito ciò è proprio dell’amore. E poiché questo stesso sintomo si deve avere per il principio di una grande letteratura, così possiamo dire che poetare è come innamorarsi.

 

XIX. Camminando, durante un viaggio, uno di questi giorni capì come sciogliere il dilemma: non rivolgendosi certo alla Gentilissima, ma in seconda persona alle donne e non a tutte ma alle “donne gentile” e non alle femmine.

Giungendogli il verso iniziale, dovette aspettare altri giorni il proseguio. Quello che ne uscì è un capolavoro di canzone.

 

Donne ch'avete intelletto d'amore,

i' vo' con voi de la mia donna dire,

non perch'io creda sua laude finire,

ma ragionar per isfogar la mente.

Io dico che pensando il suo valore,

Amor sì dolce mi si fa sentire,

che s'io allora non perdessi ardire,

farei parlando innamorar la gente:

E io non vo' parlar sì altamente,

ch'io divenisse per temenza vile;

ma tratterò del suo stato gentile

a respetto di lei leggeramente,

donne e donzelle amorose, con vui,

ché non è cosa da parlarne altrui.

Angelo clama in divino intelletto

e dice: «Sire, nel mondo si vede

maraviglia ne l'atto che procede

d'un'anima che 'nfin quassù risplende».

Lo cielo, che non have altro difetto

che d'aver lei, al suo segnor la chiede,

e ciascun santo ne grida merzede.

Sola Pietà nostra parte difende,

ché parla Dio, che di madonna intende:

«Diletti miei, or sofferite in pace

che vostra spene sia quanto me piace

là ov' è alcun che perder lei s'attende,

e che dirà ne lo inferno: «O malnati,

io vidi la speranza de' beati».

Madonna è disiata in sommo cielo:

or vòi di sua virtù farvi savere.

 

Dico, qual vuol gentil donna parere

vada con lei, chè quando va per via,

gitta nei cor villani Amore un gelo,

per che onne lor pensero agghiaccia e père;

e qual soffrisse di starla a vedere

diverria nobil cosa, o si morria;

E quando trova alcun che degno sia

di veder lei, quei prova sua vertute,

ché li avvien ciò che li dona salute,

e sì l'umilia ch'ogni offesa oblia.

Ancor l'ha Dio per maggior grazia dato

che non pò mal finir chi l'ha parlato.

Dice di lei Amor: «Cosa mortale

come esser pò sì adorna e sì pura?»

Poi la reguarda, e fra se stesso giura

che Dio ne 'ntenda di far cosa nova.

Color di perle ha quasi in forma, quale

convene a donna aver, non for misura;

ella è quanto de ben pò far natura;

per esemplo di lei bieltà si prova.

De li occhi suoi, come ch'ella li mova,

escono spirti d'amore inflammati,

che fèron li occhi a qual che allor la guati,

e passan sì che 'l cor ciascun retrova:

voi le vedete Amor pinto nel viso,

là 've non pote alcun mirarla fiso.

 

Canzone, io so che tu girai parlando

a donne assai, quand'io t'avrò avanzata.

Or t'ammonisco, perch'io t'ho allevata

per figliuola d'Amor giovane e piana,

che là ove giugni tu dichi pregando:

«Insegnàtemi gir, ch'io son mandata

a quella di cui laude so' adornata».

E se non vuoli andar sì come vana,

non restare ove sia gente villana;

ingègnati, se puoi, d'esser palese

solo con donne o con omo cortese,

che ti merranno là per via tostana.

Tu troverai Amor con esso lei;

raccomàndami a lui come tu dei.

 

XX. Appresso che questa canzone fue alquanto divolgata tra le genti, con ciò fosse cosa che alcuno

amico l'udisse, volontade lo mosse a pregare me che io li dovesse dire che è Amore, avendo forse

per l'udite parole speranza di me oltre che degna. Onde io pensando che appresso di cotale trattato,

bello era trattare alquanto d'Amore, e pensando che l'amico era da servire, propuosi di dire parole

ne le quali io trattassi d'Amore; e allora dissi questo sonetto, lo qual comincia: "Amore e 'l cor

gentil".

Amore e 'l cor gentil sono una cosa,

sì come il saggio in suo dittare pone,

e così esser l'un sanza l'altro osa

com'alma razional sanza ragione.

Fàlli natura quand'è amorosa,

Amor per sire e 'l cor per sua magione,

dentro la qual dormendo si riposa

tal volta poca e tal lunga stagione.

Bieltate appare in saggia donna pui,

che piace a gli occhi sì, che dentro al core

nasce un disio de la cosa piacente;

e tanto dura talora in costui,

che fa svegliar lo spirito d'Amore.

E simil fàce in donna omo valente.

 

Sonetto scritto in richiesta di un amico sulla natura di Amore. Poteva Dante non cominciare dal “cor gentile” guinizzelliano? Il suo è periodo stilnovista, il Guido di Bologna gli è ispiratore, tutti sanno le idee di lui, piuttosto che quelle (precedenti) di un Guittone e quelle (coeve) di un Cavalcanti.

Dante, con questo inizio-copia, si pone nella sequela dello stilnovismo, e lo rende grande!

Terzo verso, sinceramente, molto lento, troppo; da annullare e riscrivere, abbrutta il sonetto tutto; ma di queste celie, se Dio vorrà, dialogherò direttamente col Sommo, quando ci vedremo nel Regno dei cieli.

Tuttavia, nonostante il terzo, è di buon frutto.

Seconda strofa molto melodica, il succo della questione è questa coincidenza di creazione di amore e cuore, che ha, a livello filosofico, una elevata e ricchissima dignità: in Guinizzelli al cuore gentile torna l’Amore, non c’è (per forza) coincidenza di nascita; Dante, invece, dichiara che nascono nel medesimo momento, li fa natura insieme, parto gemellare.

La bellezza della donna attraverso gli occhi (lo sguardo, la vista) si scrive dentro al cuore in forma di desiderio (Meravigliosamente, ecc…).

Continua Dante, “e tanto dura talvolta nel cuore (in costui)”, naturalmente il desiderio, l’immagine impressa della donna, che sveglia lo spirito d’Amore (che altrimenti dorme, giace? – è un risveglio o una resurrezione?).

“E similmente fa nella donna l’uomo valente!” verso che chiude il sonetto ma apre il dibattito. Non solo la donna ingentilisce l’uomo, ma anche l’uomo valente la donna. Amore è universale. La donna-angelo può essere uomo-angelo. Ritengo questo verso di una novità straordinaria.

 

 

 

 

XXI. Poscia che trattai d'Amore ne la soprascritta rima, vènnemi volontade di volere dire, anche in

loda di questa gentilissima, parole per le quali io mostrasse come per lei si sveglia questo Amore, e come non solamente si sveglia là ove dorme, ma là ove non è in potenzia, ella, mirabilemente operando, lo fa venire. E allora dissi questo sonetto, lo quale comincia: "Negli occhi porta".

 

Negli occhi porta la mia donna Amore,

per che si fa gentil ciò ch'ella mira;

ov'ella passa, ogn'om vèr lei si gira,

e cui saluta fa tremar lo core,

sì che, bassando il viso, tutto smore,

e d'ogni suo difetto allor sospira:

fugge dinanzi a lei superbia ed ira.

Aiutatemi, donne, farle onore.

Ogne dolcezza, ogne pensero umile

nasce nel core a chi parlar la sente,

ond'è laudato chi prima la vide.

Quel ch'ella par quando un poco sorride,

non si pò dicer né tenere a mente,

sì è novo miracolo e gentile.

 

Poesia di una dolcezza trasognante. Quando Beatrice l’avrà sentita, così come le altre ma per questa così semplice lode comprensibilissima a un vasto uditorio, poco dottrinale e molto sentimentale, con alcuni versi davvero lodabilissimi, io dico che la detta Beatrice avrà provato orgoglio e sentito sentimento di pietà per il Nostro.

Non foss’altro perché, delle tante rime che in Firenze si scrivevano all’epoca, e per sì tante donne, Dante doveva pure avere un certo successo (se non crediamo alla sua parola, e io ci credo, almeno crediamo che tra poco sarà tra gli homines novi delle vicende politiche comunali).

 

XXII. Dopo pochi giorni dal sonetto, morì il padre di Beatrice. Nell’usanza di Firenze c’era che gli uomini piangevano con gli uomini e le donne con le donne. Beatrice piangeva e molte donne che la vedevano la dicevano pietosissima e mesta, così Dante, postosi all’uscita ove transitavano le donne che la vedevano.

Così egli scrisse due sonetti: Voi che portate la sembianza umile e Se’ tu colui ch’hai trattato sovente.

 

Voi, che portate la sembianza umile,

con li occhi bassi mostrando dolore,

onde venite che 'l vostro colore

par divenuto de pietà simile?

Vedeste voi nostra donna gentile

bagnar nel viso suo di pianto Amore?

Ditelmi, donne, che 'l mi dice il core,

perch'io vi veggio andar sanz'atto vile.

E se venite da tanta pietate,

piàcciavi di restar qui meco alquanto,

e qual che sia di lei no 'l mi celate.

Io veggio li occhi vostri c'hanno pianto,

e vèggiovi tornar sì sfigurate,

che 'l cor mi triema di vederne tanto.

 

 

Il secondo:

 

Se' tu colui, c'hai trattato sovente

di nostra donna, sol parlando a nui?

Tu risomigli a la voce ben lui,

ma la figura ne par d'altra gente.

E perché piangi tu sì coralmente,

che fai di te pietà venire altrui?

Vedestù pianger lei, che tu non pui

punto celar la dolorosa mente?

Lascia pianger a noi e triste andare

(e fa peccato chi mai ne conforta),

che nel suo pianto l'udimmo parlare.

Ell'ha nel viso la pietà sì scorta,

che qual l'avesse voluta mirare

sarebbe innanzi lei piangendo morta.

 

XXIII. Per essere brevi le sposizioni della Vita Nova, questo capitoletto e ragionevolmente lungo e tratta dopo alcuni che dì dall’evento brutto, di una malattia di Dante che lo vide in pericolo di vita, posto che si risvegliasse il nono giorno.

Durante questa malattia gravissima ( gravissima perché più avanti nel racconto dice come una sua consaguigna- forse la sorellastra Gaetana, forse, chissà, la stessa Gemma?, era presso il capezzale e piangeva a vederlo “delirare” e c’erano lì nella stanza molti altri), Dante ha una visione. Una visione ultraterrena, un’esperienza sovrasensibile. Visione che a me ricorda Stefano, negli Atti, o alcuni passi paolini. Visione di sogno nella quale immaginava di pensare che un giorno o l’altro anche Beatrice sarebbe morta. Anzi, che un amico gli annunciava la morte di Beatrice. Al che egli invoca per sé la morte!

Poi, dopo una visione luminosa, ritorna sulla terra, invocando Beatrice ma non essendo inteso dagli altri nella stanza, i quali, solo, vedendo la sua sofferenza diventare atroce, avevano negli occhi compassione per lui.

Una volta sanato, raccontò l’esperienza nella canzone, Donna pietosa e di novella etade.

 

Donna pietosa, e di novella etate,

adorna assai di gentilezze umane,

che era là 'v'io chiamava spesso Morte,

veggendo li occhi miei pien di pietate,

e ascoltando le parole vane,

si mosse con paura a pianger forte;

E altre donne, che si fuoro accorte

di me per quella che meco piangia,

fecer lei partir via,

e appressârsi per farmi sentire.

Qual dicea: «Non dormire»,

e qual dicea: «Perché sì ti sconforte?»

Allor lassai la nova fantasia,

chiamando il nome de la donna mia.

Era la voce mia sì dolorosa

e rotta sì da l'angoscia del pianto,

ch'io solo intesi il nome nel mio core;

e con tutta la vista vergognosa

ch'era nel viso mio giunta cotanto,

mi fece verso lor volgere Amore.

Elli era tale a veder mio colore,

che facea ragionar di morte altrui:

«Deh, consoliam costui,»

pregava l'una l'altra umilemente;

e dicevan sovente:

«Che vedestù, che tu non hai valore?»

E quando un poco confortato fui,

io dissi: «Donne, dicerollo a vui.

Mentr'io pensava la mia frale vita,

e vedea 'l suo durar com'è leggero,

piànsemi Amor nel core, ove dimora;

per che l'anima mia fu sì smarrita,

che sospirando dicea nel pensero:

- Ben converrà che la mia donna mora! -

Io presi tanto smarrimento allora,

ch'io chiusi li occhi vilmente gravati,

e furon sì smagati

li spirti miei, che ciascun giva errando;

e poscia imaginando,

di conoscenza e di verità fora,

visi di donne m'apparver crucciati,

che mi dicean pur: - Morràti, morràti -.

Poi vidi cose dubitose molte,

nel vano imaginare ov'io entrai;

ed esser mi parea non so in qual loco,

e veder donne andar per via disciolte,

qual lagrimando, e qual traendo guai,

che di tristizia saettavan foco.

Poi mi parve vedere a poco a poco

turbar lo sole ed apparir la stella,

e pianger elli ed ella;

cader li augelli volando per l'âre,

e la terra tremare;

ed omo apparve scolorito e fioco,

dicendomi: - Che fai? Non sai novella?

morta è la donna tua, ch'era sì bella -.

Levava li occhi miei bagnati in pianti,

e vedea (che parean pioggia di manna)

li angeli che tornavan suso in cielo,

ed una nuvoletta avean davanti,

dopo la qual gridavan tutti: "Osanna";

e s'altro avesser detto, a voi dirèlo.

Allor diceva Amor: - Più nol ti celo;

vieni a veder nostra donna che giace. -

Lo imaginar fallace

mi condusse a veder madonna morta;

e quand'io l'avea scorta,

vedea che donne la covrìan d'un velo;

ed avea seco umilità verace,

che parea che dicesse: - Io sono in pace. -

Io divenia nel dolor sì umile,

veggendo in lei tanta umiltà formata,

ch'io dicea: - Morte, assai dolce ti tegno;

tu dèi omai esser cosa gentile,

poi che tu se' ne la mia donna stata,

e dèi aver pietate e non disdegno.

Vedi che sì desideroso vegno

d'esser de' tuoi, ch'io ti somiglio in fede.

Vieni, ché 'l cor te chiede.-

Poi mi partìa, consumato ogne duolo;

e quand'io era solo,

dicea, guardando verso l'alto regno:

- Beato, anima bella, chi te vede! -

Voi mi chiamaste allor, vostra merzede.»

 

Credendo che il migliore critico del mondo, che mai sia nato e che mai nascerà, o che l’intelligenza e il sentimento di tutti i migliori messa insieme, non farebbe che una infinitesimale parte della sapienza dell’Autore attorno alla propria poesia, lascia alla lettura del commento quello che Dante esprime tecnicamente e non in essa. Tuttavia, per immancabile necessità di dialogo tra i poeti, vorrò solo dire quello che a me più piace, che è il seguente: il presentimento della Morte, terribile quella di lei e auspicabile la sua, e lo svolgersi della morte della Gentilissima come della morte di Gesù Cristo Nostro Signore, a seguito di terremoti e annunci di angeli che la dicono morta (e quindi risorta?).

Scene bibliche ritornano nella narrazione-sogno: pioggia di manna, gli angeli, la nuvoletta, gli Osanna.

Come non trovare analogie specifiche con il Paradiso, forse con la costruzione propria dell’idea della Commedia?

 

XXIV. Un giorno, per via, incontra l’un tempo amata del suo “primo amico”, messer Guido Cavalcanti. Essa donna si chiama Giovanna ma da tutti, a ragione della beltà sua, è detta Primavera. Con lei era Beatrice.

Dante si sente bruciare d’amore.

E ragiona: Giovanna viene da Giovanni, “che viene prima” “che precede”. Beatrice, dunque, essendo venuta dopo sarà più grande di lei, sarà l’Amore, la figura femminile di Cristo stesso, nella mente del poeta.

Così corre a casa a scrivere un sonetto all’amico Cavalcanti, che fa così:

 

 

Io mi senti' svegliar dentro a lo core

un spirito amoroso che dormia:

e poi vidi venir da lungi Amore

allegro sì, che appena il conoscia,

dicendo: «Or pensa pur di farmi onore»;

e ciascuna parola sua ridia.

E poco stando meco il mio segnore,

guardando in quella parte onde venia,

io vidi monna Vanna e monna Bice

venir invêr lo loco là ov'io era,

l'una appresso de l'altra maraviglia;

e sì come la mente mi ridice,

Amor mi disse: «Quell'è Primavera,

e quell'ha nome Amor, sì mi somiglia».

 

XXV.

 

Sui grandi classici che parlarono di Amore.

 

XXVI.

Che tutti, a Firenze, guardando Beatrice, se ne innamorassero (onestamente) è pure da ricondurre alla sua bellezza. Pure, se molti, quando passava, la notavano con più interesse doveva anche essere per i vari corteggiamenti e il successo di alcune canzoni di loda (anche di Dante).

In questo ventiseiesimo sonetto compare il più che famoso sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, forse la poesia più famosa della Vita Nova, sicuramente la meglio riuscita da un punto di vista musicale.

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia, quand'ella altrui saluta,

ch'ogne lingua deven tremando muta,

e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d'umiltà vestuta;

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

Mòstrasi sì piacente a chi la mira,

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che 'ntender no la può chi non la prova:

e par che de la sua labbia si mova

un spirito soave pien d'amore,

che va dicendo a l'anima: «Sospira!».

 

XXVII. Pure questa gentilezza e onestà che operavano in lei, ella le riusciva a trasmettere anche alle donne che le si accompagnavano.

Sicuramente questa virtù di socievolezza e di abbonimento doveva rendere molto piacevole la compagnia di Beatrice a molte donne se Dante dice:

 

Vede perfettamente ogne salute

chi la mia donna tra le donne vede;

quelle che vanno con lei son tenute

di bella grazia a Dio render merzede.

E sua bieltate è di tanta vertute,

che nulla invidia a l'altre ne procede,

anzi le face andar seco vestute

di gentilezza d'amore e di fede.

La vista sua fa ogne cosa umile;

e non fa sola sé parer piacente,

ma ciascuna per lei riceve onore.

Ed è ne li atti suoi tanto gentile,

che nessun la si può recare a mente,

che non sospiri in dolcezza d'amore.

 

Per sincera e sincera, ma tutti vedranno facilmente come è poco musicale rispetto al capolavoro dell’altra.

 

XXVIII.

Benché nei precedenti tre sonetti avesse parlato di Beatrice e di come ella operasse in lui, un sonetto non è una canzone:

 

Sì lungiamente m'ha tenuto Amore

e costumato a la sua segnoria,

che sì com'elli m'era forte in pria,

così mi sta soave ora nel core.

Però quando mi tolle sì 'l valore

che li spiriti par che fuggan via,

allor sente la frale anima mia

tanta dolcezza, che 'l viso ne smore,

poi prende Amore in me tanta vertute,

che fa li miei sospiri gir parlando,

ed escon for chiamando

la donna mia, per darmi più salute.

Questo m'avene ovunque ella mi vede,

e sì è cosa umìl, che nol si crede.

 

XXIX.

Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium.

Così inizia dal capitolo ventinovesimo una nuova sezione della storia dell’amore gentile di Dante per la Gentilissima Beatrice.

Passo delle Lamentazioni di Geremia, usato da Dante all’inizio della lettera ai cardinali italiani (e usato, ancora prima, da Arrigo da Settimello – vd. Asor Rosa) il latino innalza, d’un tratto, la narrazione.

 

Stava scrivendo (come periodo di tempo) la stanza finale della precedente canzone quando “lo segnore chiamoe questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di quella regina benedetta virgo Maria...”.

Non parlerà della morte della Gentilissima per tre ragioni: primo, non è nel proposito; secondo, ancora non sarebbe sufficiente la mia lingua a trattare di ciò e terzo, dovrei lodare me stesso, dice, e ciò non è conveniente.

 

XXX. Io dico che, secondo l'usanza d'Arabia, l'anima sua nobilissima si partìo ne la prima

ora del nono giorno del mese; e secondo l'usanza di Siria, ella si partìo nel nono mese de l'anno,

però che lo primo mese è ivi Tisirin primo, lo quale a noi è Ottobre; e secondo l'usanza nostra, ella

si partìo in quello anno de la nostra indizione, cioè de li anni Domini, in cui lo perfetto numero

nove volte era compiuto in quello centinaio nel quale in questo mondo ella fue posta, ed ella fue de

li cristiani del terzodecimo centinaio. Perché questo numero fosse in tanto amico di lei, questa

potrebbe essere una ragione: con ciò sia cosa che, secondo Tolomeo e secondo la cristiana veritade,

nove siano li cieli che si muovono, e secondo comune opinione astrologa, li detti cieli adoperino

qua giuso secondo la loro abitudine insieme, questo numero fue amico di lei per dare ad intendere

che ne la sua generazione tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s'aveano insieme. Questa è

una ragione di ciò; ma più sottilmente pensando, e secondo la infallibile veritade, questo numero

fue ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così. Lo numero del tre è la radice del nove,

però che sanza numero altro alcuno, per se medesimo fa nove, sì come vedemo manifestamente che

tre via tre fa nove. Dunque se lo tre è fattore per sè medesimo del nove, e lo fattore per sè

medesimo de li miracoli è tre, cioè Padre e Figlio e Spirito Santo, li quali sono tre e uno, questa

donna fue accompagnata da questo numero del nove a dare ad intendere ch'ella era uno nove, cioè

uno miracolo, la cui radice, cioè del miracolo, è solamente la mirabile Trinitade. Forse ancora per

più sottile persona si vederebbe in ciò più sottile ragione; ma questa è quella ch'io ne veggio, e che

più mi piace.

 

XXXI.

Si scusa se ha citato il latino di Geremia ma la sua intenzione è scrivere in volgare, come dice e indirizza a Cavalcanti, dopo avere scritto una lettera ai principi della terra sulla desolazione a lui attuale e parendogli la città “dispogliata da ogni dignitade”.

 

XXXII.

Dopo il pianto e il lutto, la poesia.

Una canzone.

 

Li occhi dolenti per pietà del core

hanno di lagrimar sofferta pena,

sì che per vinti son remasi omai.

Ora, s'i' voglio sfogar lo dolore,

che a poco a poco a la morte mi mena,

convènemi parlar traendo guai.

E perché me ricorda ch'io parlai

de la mia donna, mentre che vivia,

donne gentili, volontier con vui,

non vòi parlare altrui,

se non a cor gentil che in donna sia;

e dicerò di lei piangendo, pui

che si n'è gita in ciel subitamente,

e ha lasciato Amor meco dolente.

Ita n'è Beatrice in l'alto cielo,

nel reame ove li angeli hanno pace,

e sta con loro, e voi, donne, ha lassate:

no la ci tolse qualità di gelo

né di calore, come l'altre face,

ma solo fue sua gran benignitate;

ché luce de la sua umilitate

passò li cieli con tanta vertute,

che fé maravigliar l'etterno sire,

sì che dolce disire

lo giunse di chiamar tanta salute;

e félla di qua giù a sé venire,

perché vedea ch'esta vita noiosa

non era degna di sì gentil cosa.

Partìssi de la sua bella persona,

piena di grazia, l'anima gentile,

ed èssi gloriosa in loco degno.

Chi no la piange, quando ne ragiona,

core ha di pietra sì malvagio e vile,

ch'entrar no 'i puote spirito benegno.

Non è di cor villan sì alto ingegno,

che possa imaginar di lei alquanto,

e però no li ven di pianger doglia;

ma ven trestizia e voglia

di sospirare e di morir di pianto,

e d'onne consolar l'anima spoglia,

chi vede nel pensero alcuna volta

quale ella fue, e com'ella n'è tolta.

Dànnomi angoscia li sospiri forte,

quando 'l pensero ne la mente grave

mi reca quella che m'ha 'l cor diviso;

e spesse fiate pensando a la morte,

vènemene un disio tanto soave,

che mi tramuta lo color nel viso.

E quando 'l maginar mi ven ben fiso,

giùgnemi tanta pena d'ogne parte,

ch'io mi riscuoto per dolor ch'i' sento;

e sì fatto divento,

che da le genti vergogna mi parte.

Poscia piangendo, sol nel mio lamento

chiamo Beatrice, e dico: - Or se' tu morta? -;

e mentre ch'io la chiamo, me conforta.

Pianger di doglia e sospirar d'angoscia

mi strugge 'l core ovunque sol mi trovo,

sì che ne 'ncrescerebbe a chi m'audesse:

e quale è stata la mia vita, poscia

che la mia donna andò nel secol novo,

lingua non è che dicer lo sapesse.

E però, donne mie, pur ch'io volesse,

non vi saprei io dir ben quel ch'io sono,

sì mi fa travagliar l'acerba vita;

la quale è sì 'nvilita,

che ogn'om par che mi dica: - Io t'abbandono -,

veggendo la mia labbia tramortita.

Ma qual ch'io sia, la mia donna il si vede,

ed io ne spero ancor da lei merzede.

Pietosa mia canzone, or va piangendo,

e ritruova le donne e le donzelle,

a cui le tue sorelle

erano usate di portar letizia;

e tu, che se' figliuola di trestizia,

vatten disconsolata a star con elle.
XXXIII.

Arriva a trovarlo l’amico più caro dopo il primo, fratello di Beatrice, e gli chiede di scrivere un sonetto di lode.

 

Venite a 'ntender li sospiri miei,

oi cor gentili, chè pietà 'l disia:

li quai disconsolati vanno via,

e s'e' non fosser, di dolor morrei;

però che gli occhi mi sarebber rei,

molte fiate più ch'io non vorria,

lasso! di pianger sì la donna mia,

che sfogasser lo cor, piangendo lei.

Voi udirete lor chiamar sovente

la mia donna gentil, che si n'è gita

al secol degno de la sua vertute;

e dispregiar talora questa vita

in persona de l'anima dolente

abbandonata de la sua salute.

 

 

 

XXXIV.

Il sonetto scritto, però, non gli sembra adeguato, anzitutto perché s’è trovato a scrivere “la donna mia”.

Decide, dunque, di scrivere due stanze di canzone, una indirizzandola all’amico (assieme al sonetto) e a lui solo, mentre l’altra stanza Dante la scrive per sé stesso.

 

In questa prima stanza fa parlare due voci: “E così appare che in questa canzone si

lamentano due persone, l'una de le quali si lamenta come frate, l'altra come servo”.

Quantunque volte, lasso!, mi rimembra

ch'io non debbo giammai

veder la donna ond'io vo sì dolente,

tanto dolore intorno 'l cor m'assembra

la dolorosa mente,

ch'io dico: - Anima mia, chè non ten vai?

chè li tormenti che tu porterai

nel secol, che t'è già tanto noio,

mi fan pensoso di paura forte -.

Ond'io chiamo la Morte,

come soave e dolce mio riposo;

e dico: - Vieni a me - con tanto amore,

che sono astioso di chiunque more.

 

E si raccoglie ne li miei sospiri

un sòno di pietate,

che va chiamando Morte tuttavia:

a lei si volser tutti i miei disiri,

quando la donna mia

fu giunta da la sua crudelitate;

perché 'l piacere de la sua bieltate,

partendo sé da la nostra veduta,

divenne spirital bellezza grande,

che per lo cielo spande

luce d'amor, che li angeli saluta

e lo intelletto loro alto, sottile

face maravigliar, sì v'è gentile.

 

XXXIV.

 

A un anno dalla morte di Beatrice, proprio nell’anniversario della morte, pensando di lei, sta disegnando alcuni angioletti su tavolette di cera.

Così, si avvede che ci sono, vicino a lui, degli uomini che lo osservano.

Gli sarà detto che sono lì da tanto.

Perché quando se ne sono andati questi, egli, il poeta, concepisce questo sonetto.

 

"Primo cominciamento"

 

Era venuta ne la mente mia

la gentil donna che per suo valore

fu posta da l'altissimo Signore

nel ciel de l'umiltate, ov'è Maria.

 

"Secondo cominciamento"

Era venuta ne la mente mia

quella donna gentil cui piange Amore.

Entro 'n quel punto che lo suo valore

vi trasse a riguardar quel ch'eo facia.

Amor che ne la mente la sentia,

s'era svegliato nel destrutto core,

e diceva a' sospiri: «Andate fore»;

per che ciascun dolente si partia.

Piangendo uscivan for de lo mio petto

con una voce che sovente mena

le lagrime dogliose a li occhi tristi.

Ma quei che n'uscian for con maggior pena,

venian dicendo: «Oi nobile intelletto,

oggi fa l'anno che nel ciel salisti».

 

XXXV.

Una donna gentile, un giorno, lo guarda da una finestra e sul volto di lei Dante legge la compassione per lui, sicché gli viene da piangere e se ne va dalla sua vista.

Onde, con ciò sia cosa che quando li miseri veggiono di loro compassione altrui, più tosto

si muovono a lagrimare, quasi come di se stessi avendo pietade, io senti' allora cominciare li miei

occhi a volere piangere; e però, temendo di non mostrare la mia vile vita, mi partio dinanzi da li

occhi di questa gentile; e dicea poi fra me medesimo: «E' non puote essere che con quella pietosa

donna non sia nobilissimo amore». E però propuosi di dire uno sonetto, ne lo quale io parlasse a lei,

e conchiudesse in esso tutto ciò che narrato è in questa ragione.

 

 

Videro li occhi miei quanta pietate

era apparita in la vostra figura,

quando guardaste li atti e la statura

ch'io faccio per dolor molte fiate.

Allor m'accorsi che voi pensavate

la qualità de la mia vita oscura,

sì che mi giunse ne lo cor paura

di dimostrar con li occhi mia viltate.

E tòlsimi dinanzi a voi, sentendo

che si movean le lagrime dal core,

ch'era sommosso da la vostra vista.

Io dicea poscia ne l'anima trista:

«Ben è con quella donna quello Amore

lo qual mi face andar così piangendo».

 

 

 

XXXVI.

Ogni volta che si incontrano, questa pietosa donna ha il colore d’amore in faccia e Dante lagrime agli occhi. Così, spesso, ricordando la Gentilissima, va a vedere questa pietosa.

E scrive per lei il detto sonetto:

 

 

Color d'amore e di pietà sembianti

non preser mai così mirabilmente

viso di donna, per veder sovente

occhi gentili o dolorosi pianti,

come lo vostro, qualora davanti

vedètevi la mia labbia dolente;

sì che per voi mi ven cosa a la mente,

ch'io temo forte no lo cor si schianti.

Eo non posso tener li occhi distrutti

che non reguardin voi spesse fiate,

per desiderio di pianger ch'elli hanno:

e voi crescete sì lor volontate,

che de la voglia si consuman tutti;

ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.

 

XXXVII.

Io venni a tanto per la vista di questa donna, che li miei occhi si cominciaro a dilettare troppo di vederla; onde molte volte me ne crucciava nel mio cuore, ed avèamene per vile assai. Onde più volte bestemmiava la vanitade de li occhi miei, e dicea loro nel mio pensero: «Or voi solavate fare piangere chi vedea la vostra dolorosa condizione, ed ora pare che vogliate dimenticarlo per questa donna che vi mira; che non mira voi, se non in quanto le pesa de la gloriosa donna di cui piangere solete; ma quanto potete fate, ché io la vi pur rimembrerò molto spesso, maladetti occhi, ché mai, se non dopo la morte, non dovrebbero le vostre lagrime avere restate».

E quando così avea detto fra me medesimo a li miei occhi, e li sospiri m'assalivano grandissimi e

angosciosi. E acciò che questa battaglia che io avea meco non rimanesse saputa pur dal misero che

la sentia, propuosi di fare un sonetto, e di comprendere in ello questa orribile condizione. E dissi

questo sonetto, lo quale comincia: "L'amaro lagrimar". Ed hae due parti: ne la prima, parlo a li

occhi miei sì come parlava lo mio cuore in me medesimo; ne la seconda, rimuovo alcuna

dubitazione, manifestando chi è che così parla; e comincia questa parte quivi: "Così dice". Potrebbe

bene ancora ricevere più divisioni, ma sariano indarno, però che è manifesto per la precedente

ragione.

 

 

«L'amaro lagrimar che voi faceste,

oi occhi miei, così lunga stagione,

facea lagrimar l'altre persone

de la pietate, come voi vedeste.

Ora mi par che voi l'obliereste,

s'io fosse dal mio lato sì fellone

ch'i' non ven disturbasse ogne cagione,

membrandovi colei cui voi piangeste.

La vostra vanità mi fa pensare,

e spavèntami sì, ch'io temo forte

del viso d'una donna che vi mira.

Voi non dovreste mai, se non per morte,

la vostra donna, ch'è morta, obliare».

Così dice 'l meo core, e poi sospira.

 

 

XXXVIII.

Ancora su questa nuova donna gentile, ancora un dilemma che lacera il cuore di Dante tra il ricordo di Beatrice e un “nuovo sentimento” che comincia a nascergli.

Pure, credo, rimanendo meravigliati di questa battaglia della mente così ampiamente e puntualmente descrittaci dal Sommo, io posso vedere quanto amore doveva esserci per Beatrice se, nella società medievale di età comunale, in cui è relativamente accessibile il confronto tra uomini e donne, egli rimanga ancora vinto dalla memoria della Gentilissima.

 

Gentil pensero che parla di vui,

sen vene a dimorar meco sovente,

e ragiona d'amor sì dolcemente,

che face consentir lo core in lui.

L'anima dice al cor: «Chi è costui,

che vene a consolar la nostra mente

ed è la sua vertù tanto possente,

ch'altro penser non lascia star con nui?»

Ei le risponde: «Oi anima pensosa,

questi è uno spiritel novo d'amore,

che reca innanzi me li suoi desiri;

e la sua vita, e tutto 'l suo valore,

mosse de li occhi di quella pietosa.

 

XXXVIX.

Chiamandolo “uno spiritel novo d’amore” era come se Dante avesse superato Beatrice. Un giorno, però, verso l’ora nona, sognò di Beatrice di rosso vestita, all’età di nove anni, quando la vide per la prima volta, e provò una delicata e soave sensazione per cui si ebbe a pentire di avere “ceduto” alla vanità delle attenzioni, pur pietose, di un’altra giovinetta.

Per questo pentirsi scrisse il sonetto Lasso! per forza di molti sospiri.

E dissi allora: "Lasso! per forza di molti sospiri"; e dissi 'lasso' in quanto mi vergognava di ciò, che li miei occhi aveano così vaneggiato.

 

Lasso! per forza di molti sospiri

che nascon de' penser che son nel core,

li occhi son vinti, e non hanno valore

di riguardar persona che li miri.

E fatti son che paion due disiri

di lagrimare e di mostrar dolore,

e spesse volte piangon sì ch'Amore

li 'ncerchia di corona di martìri.

Questi penseri, e li sospir ch'eo gitto,

diventan ne lo cor sì angosciosi,

ch'Amor vi tramortisce, sì glien dole;

però ch'elli hanno in lor, li dolorosi,

quel dolce nome di madonna scritto,

e de la morte sua molte parole.

 

Attorno agli occhi, lo riferisce in premessa prosastica e in verso, gli si formano degli aloni violacei attorno alle palpebre, degna ricompensa del troppo piangere.

 

XL.

Dopo questa tribulazione avvenne, in quello tempo che molta gente va per vedere quella

imagine benedetta la quale Jesu Cristo lasciò a noi per esemplo de la sua bellissima figura, la quale

vede la mia donna gloriosamente, che alquanti peregrini passavano per una via la quale è quasi

mezzo de la cittade ove nacque e vivette e morìo la gentilissima donna.

Testimonianza della Sindone di Nostro Signore è in Dante! Questa e solo questa testimonianza, per quanto degna di moltissima fede se si conoscesse non il poeta ma l’uomo, dovrebbe significare moltissimo all’umana scienza a me contemporanea, la quale, essendo in ogni tempo vieppiù boriosa e carica solo di oscurità di studi e di logica, battendosi privatamente e solo per ottenere guiderdone e tornaconto, non considera come una traccia storica di questa portata possa essere la dolce ricordanza di un cuore doglioso per l’avvenimento miracoloso più importante della storia dell’umanità, l’evento che illumina l’universo tutto di luce e di Bene, la presenza eterna di Dio, lo Spirito di Dio che dimora nello Spirito del Figlio, possibilità di redenzione e di comprensione dei misteri tutti dell’universo attraverso la logica delle parole di Cristo Gesù.

 

Altri hanno notato che la città di Firenze non è mai nominata.

Dante, credo, non vuole circostanziare territorialmente né Beatrice e la di lei bellezza e gentilezza, né il di lui Amore.

 

Li quali peregrini andavano, secondo che mi parve, molto pensosi; ond'io pensando a loro, dissi fra me medesimo:

«Questi peregrini mi paiono di lontana parte, e non credo che anche udissero parlare di questa

donna, e non ne sanno neente; anzi li loro penseri sono d'altre cose che di queste qui, ché forse

pensano de li loro amici lontani, li quali noi non conoscemo». Poi dicea fra me medesimo: «Io so

che s'elli fossero di propinquo paese, in alcuna vista parrebbero turbati passando per lo mezzo de la

dolorosa cittade». Poi dicea fra me medesimo: «Se io li potesse tenere alquanto, io li pur farei

piangere anzi ch'elli uscissero di questa cittade, però che io direi parole le quali farebbero piangere

chiunque le intendesse». Onde, passati costoro da la mia veduta, propuosi di fare uno sonetto ne lo

quale io manifestasse ciò che io avea detto fra me medesimo; e acciò che più paresse pietoso,

propuosi di dire come se io avesse parlato a loro; e dissi questo sonetto, lo quale comincia: "Deh!

peregrini che pensosi andate". E dissi 'peregrini' secondo la larga significazione del vocabulo; ché

peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto: in largo, in quanto è

peregrino chiunque è fuori de la sua patria; in modo stretto, non s'intende peregrino se non chi va

verso la casa di sa' Iacopo o riede. E però è da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le

genti che vanno al servigio de l'Altissimo: chiamansi "palmieri", in quanto vanno oltremare, là onde

molte volte recano la palma; chiamansi "peregrini", in quanto vanno a la casa di Galizia, però che la

sepultura di sa' Iacopo fue più lontana de la sua patria che d'alcuno altro apostolo; chiamansi

"romei", in quanto vanno a Roma, là ove questi cu' io chiamo "peregrini" andavano.

Questo sonetto non divido, però che assai lo manifesta la sua ragione.

 

 

Deh! peregrini che pensosi andate,

forse di cosa che non v'è presente,

venite voi da sì lontana gente,

com'a la vista voi ne dimostrate,

che non piangete quando voi passate

per lo suo mezzo la città dolente,

come quelle persone che neente

par che 'ntendesser la sua gravitate.

Se voi restaste per volerlo audire,

certo lo cor de' sospiri mi dice

che lagrimando n'uscireste pui.

Ell'ha perduta la sua beatrice;

e le parole ch'om di lei pò dire

hanno vertù di far piangere altrui.

 

XLI.

 

Una volta che i pellegrini sentono questo sonetto ne chiedono un altro a Dante, (magari che spieghi loro quale “beatitudine” ha perso la città dolonte).

Dante scrive altri due sonetti e li manda, assieme al suddetto.

Il secondo di essi è famoso, intendendo Dante “di fare una cosa nuova”.

 

Oltre la sfera che più larga gira,

passa 'l sospiro ch'esce del mio core:

intelligenza nova, che l'Amore

piangendo mette in lui, pur sù lo tira.

Quand'elli è giunto là dove disira,

vede una donna che riceve onore,

e luce sì che per lo suo splendore

lo peregrino spirito la mira.

Vedela tal, che quando 'l mi ridice,

io no lo intendo, sì parla sottile

al cor dolente che lo fa parlare.

So io che parla di quella gentile,

però che spesso ricorda Beatrice,

sì ch'io lo 'ntendo ben, donne mie care.

 

XLII.

Appresso questo sonetto, apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose

che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potesse più

degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com'ella sae veracemente. Sì

che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io

spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d'alcuna. E poi piaccia a colui che è sire de la

cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna: cioè di quella

benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui "qui est per omnia secula

benedictus".