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Blog letterario

Vita poetica di Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d'Egitto l'8 Febbraio 1888 e morì a Milano il 1 Giugno 1970.

Questa l'esistenza umana. La sua vita poetica, invece, non è racchiudibile dentro questi termini di nascita e morte.

Scriveva da sempre, ma l'esperienza che ha provocato al suo animo una reazione versificatoria implacabile e insaziabile, un desiderio di vita come mai l'ebbe a provare prima né poi, è stata l'esperienza sconvolgente della Prima Guerra Mondiale.

Partito volontario al fronte, dopo pochi mesi aveva già un'idea radicalmente diversa della guerra: non più lo stereotipo medioborghese e patriottico del "Pro patria mori" ma una carneficina dentro la quale non si salvava niente e nessuno.

IL PORTO SEPOLTO - ALLEGRIA DI NAUFRAGI - L'ALLEGRIA

Nel corso di quei mesi prendeva appunti ovunque: su giornali stracciati, pezzi di carta volanti, persino sui proiettili. Notato da un tenente che aveva una tipografia ad Udine, dopo poco la sua prima raccolta di poesie vide la luce. Era il 1817 e la raccolta si intitola Il porto sepolto. (Questo titolo fa riferimento ad un antico porto che si diceva esistesse davanti ad Alessandria d'Egitto e di cui tutti favoleggiavano senza che mai fosse individuato- così la poesia di Ungaretti era misteriosa e sommersa...).


Il porto sepolto

Mariano il 29 giugno 1916.


Vi arriva il poeta

e poi torna alla luce con i suoi canti

e li disperde

Di questa poesia

mi resta

quel nulla

di inesauribile segreto.

---

 

Tramonto

Versa, 21 Maggio 1916

Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d'amore

---


Peso

Mariano il 29 giugno 1916

Quel contadino
si affida alla medaglia
di Sant'Antonio
e va leggero

Ma ben sola e ben nuda
senza miraggio
porto la mia anima.

---

Destino

Mariano, 14 Luglio 1916

 

Volti al travaglio
come una qualsiasi
fibra creata
perché ci lamentiamo noi?

---

C’ERA UNA VOLTA

Quota 141, 1 Agosto 1916

Bosco Cappuccio
ha un declivio
di velluto verde
come una dolce
poltrona.

Appisolarmi là
solo
in un caffè remoto
con una luce fievole
come questa
di questa luna.

---

Sono una creatura

Valloncello di Cima, 4-5 Agosto 1916

 

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
cos' totalmente 
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo.

---

 

    I FIUMI
    Cotici, il 16 agosto 1916

    Mi tengo a quest’albero mutilato
    Abbandonato in questa dolina
    Che ha il languore
    Di un circo
    Prima o dopo lo spettacolo
    E guardo
    Il passaggio quieto
    Delle nuvole sulla luna

    Stamani mi sono disteso
    In un’urna d’acqua
    E come una reliquia
    Ho riposato

    L’Isonzo scorrendo
    Mi levigava
    Come un suo sasso
    Ho tirato su
    Le mie quattro ossa
    E me ne sono andato
    Come un acrobata
    Sull’acqua

    Mi sono accoccolato
    Vicino ai miei panni
    Sudici di guerra
    E come un beduino
    Mi sono chinato a ricevere
    Il sole

    Questo è l’Isonzo
    E qui meglio
    Mi sono riconosciuto
    Una docile fibra
    Dell’universo

    Il mio supplizio
    È quando
    Non mi credo
    In armonia

    Ma quelle occulte
    Mani
    Che m’intridono
    Mi regalano
    La rara
    Felicità

    Ho ripassato
    Le epoche
    Della mia vita

    Questi sono
    I miei fiumi

    Questo è il Serchio
    Al quale hanno attinto
    Duemil’anni forse
    Di gente mia campagnola
    E mio padre e mia madre.

    Questo è il Nilo
    Che mi ha visto
    Nascere e crescere
    E ardere d’inconsapevolezza
    Nelle distese pianure

    Questa è la Senna
    E in quel suo torbido
    Mi sono rimescolato
    E mi sono conosciuto

    Questi sono i miei fiumi
    Contati nell’Isonzo

    Questa è la mia nostalgia
    Che in ognuno
    Mi traspare
    Ora ch’è notte
    Che la mia vita mi pare
    Una corolla
    Di tenebre.

    ---

    Pellegrinaggio
    Valloncello dell'albero isolato, 16 Agosto 1916

    In agguato
    in queste budella
    di macerie
    ore e ore
    ho strascicato
    la mia carcassa
    usata dal fango
    come una suola
    o come un seme
    di spinalba

    Ungaretti
    uomo di pena
    ti basta un'illusione
    per farti coraggio

    Un riflettore
    di là mette un mare nella nebbia.

    ---


San Martino del Carso
Valloncello dell'Albero Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce manca.
E' il mio cuore
il paese più straziato.
---

Italia

Locvizza, 1 Ottobre 1916

Sono un poeta

un grido unanime

sono un grumo di sogni

 

Sono un frutto

d'innumerevoli contrasti d'innesti

maturato in una serra

 

Ma il tuo popolo è portato

dalla stessa terra

che mi porta

Italia

 

E in questa uniforme

di tuo soldato

mi riposo

come fosse la culla

di mio padre.

---

Commiato

Locvizza, 2 Ottobre 1916

 

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l'umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento.

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso.

---


 

 

 

 

 

 

ALLEGRIA DI NAUFRAGI

Più avanti quelle poesie, rivedute e arricchite di altre, saranno stampate con il nuovo titolo di Allegria di naufragi 1919) e in seguito col titolo di.L'allegria (1931).

Si noti l'ironia dei nuovi titoli:poesie che hanno per tema la morte violenta, la guerra, la distruzione, la fragilità della vita umana hanno per titolo Allegria di naufragi, chiaro prestito leopardiano o se si vuole, parafrasi dell'ultimo verso dell'Infinito. Allegria di naufragi è un titolo ossimorico che rende, quindi, il carattere ironico del proprio autore.

Passare da questo a L'allegria è mettere al centro una vitalità, una speranza, un sentimento di rinascita davanti a quegli orrori che fa virtù ad Ungaretti.


A di là del cambiamento di titolo, si deve sottolineare che questa raccolta di poesie è rivoluzionaria. Per i temi, lo stile, la lingua.

Si dibatte ancora se fosse la scarsità di fogli su cui scrivere o una precisa e lucida realizzazione dell'autore, ma quelle poesie così brevi e lapidarie, dal senso così nascosto, profondo e diretto, sono capolavori della letteratura italiana di tutti i tempi.

Alcune poesie (anche di raccolte future) riprendono dagli haiku giapponesi (brevi componimenti nipponici di diciassette sillabe totali divise in tre versi). Alcune altre poesie sono monoversi, altre di vario metro ma comunque salienti e determinate.

Questa poetica di Ungaretti risponde all'esigenza di mettere al centro della poesia la parola, la singola parola.

Anziché lo sproloquio del dannnunzianesimo, quei versi su versi, quei poemi epici moderni, quella retorica stanca di certo decadentismo al languore o crepuscolarismo e senza la concezione rivoluzionaria ardita e senza senso del Futurismo, Ungaretti rivoluziona la lirica non concedendo distrazioni alle sue parole.

Inoltre, questa poetica risponde alla causa che la determina: l'idea che la poesia sia illuminazione (in questo riprendendo dal Simbolismo, a cui il poeta deve molto).



SENTIMENTO DEL TEMPO

Nel 1933 pubblica, invece, Sentimento del tempo, raccolta incentrata sul rapporto uomo-tempo. Diverse poesie hanno per titolo mesi dell'anno o ricordo di stagioni.

Lo stile concede qualcosa alla tradizione letteraria e si apre a forme neoclassiche e barocche. Torna la punteggiatura.

Come per la prima raccolta usa molto l'analogia. Sintatticamente preferisce sempre costruzioni paratattiche.

Il discorso risulta, in generale, più chiaro, come se Ungaretti volesse aprirsi a un pubblico più vasto.

Vi presenziano anche divinità come  Apollo,Giunone, Crono, Leda. Si avverte una tensione religiosa che nelle prossime opere sarà dolente ma centrale.


Diviso in sette capitoli (Prime, Fine di Crono, Segni e accordi, Leggende, Inni, La morte meditata, L'amore) ha per tema il tempo e per sfondo Roma, la Città Eterna, la città immortale e intramontabile.


Tra le più famose Ricordo d'Africa (1924), Una colomba (1925), Stelle (1927), La madre (1930), La pietà (1928), Canto beduino (1932), Silenzio stellato (1932).



IL DOLORE

Terza raccolta poetica è Il dolore.

Il dolore privato e il dolore pubblico si sommano e assumono valore assoluto e definitivo.

La raccolta celebra l'amarezza e il vuoto nell'anima dell'auotre per la perdita del fratello e del figlioletto Antonietto, morto a soli nove anni nel 1938.

Pure è trattato con immenso cordoglio l'evento bellico, quella Seconda guerra mondiale che, oltre ad essere distruttiva e annientatrice come la Prima è la prima guerra della storia a moltiplicare il campo di battaglia con bombardamenti di città, deportazioni di massa...

La sezione Roma occupata si preoccupa proprio di sottolineare questa nuova concezione di guerra, così brutale e così violenta proprio sotto le finestre degli inermi, una guerra che trasferisce il fronte nelle vie della Capitale come nelle vie delle città importanti del Paese.

Lo stile "narrante" è sempre più dimesso e stracco, ma pure ricco di appassionata volontà combattiva, contro il fato e gli eventi, aprendosi, però, visti i limiti di un'umanità cinica e insensibile, alla pietà religiosa, al travalicamento delle finitudini umane dentro l'infinito di Dio.

Le sezioni della raccolta sono:

Tutto ho perduto (1937) 2 poesie dedicate al fratello morto

1) Tutto ho perduto
La poesia, di versi liberi in quattro strofe, svolge la tematica della perdita. Perdita del fratello, sì, ma perdita anche dell'infanzia che il fratello rappresentava: "tutto ho perduto dell'infanzia", "l'infanzia ho sotterrato". Si tratta di un commiato amaro e non rovesciabile. La sintassi è piana e colloquiale, il lessico semplice ma anche riferito alla tradizione italiana (specie leopardiana, "infinito", disperazione"). Altre parole, invece, sono proprie dell'intimo ungarettiano perché il Nostro le usa molte volte, "smemorarmi" "grido" "gridi".
L'infanzia è anche metaforizzata  nella "spada invisibile" che "mi separa da tutto". 
Nella terza strofa, invece, troviamo che la focalizzazione della poesia è interna e che il poeta indaga il dolore suo personale dell'animo più che elogiare e ricordare il fratello. In lui c'è questa mancanza forte. In lui avviene la violenza del distacco: "Di me rammento che esultavo amandoti".
Ancora una ripetizione: il "fondo delle notti" (2 strofa) diventa "infinito delle notti" (3 strofa).
L'ultima strofa sottolinea la disperazione del poeta, la sua impossibilità di sperare un ritorno a quell'infanzia-fratello che l'ha lasciata. 
Cosa è diventata la vita? Non più che una roccia di gridi, metafora per descrivere la rocciosità, la durezza dei gridi, degli urli che questa perdita-disperazione produce.


Giorno per giorno (1940-46) - 17 frammenti dedicati al figlio

Il tempo è muto (1940 - 1945) - 3 poesie dedicata al figlio

Incontro a un pino (1943) - 1 poesia sulla guerra

Incontro a un pino - Poesia di 11 versi liberi. Come dice il titolo, per descrivere l'orrore della guerra Ungaretti sceglie un'immagine non convenzionale, un pino di Roma che brucia. Egli gli va incontro, è sul Lungotevere e quasi si risveglia (dopo la guerra) da un lungo letargo, quasi ritornasse alla luce or ora: "in patria mi rinvenni...". Segno, questo, che sottolinea l'impossibilità per il poeta e per la poesia di farsi carico e descrivere sinceramente l'orrore della guerra (senza slanci retorici, senza scadimenti verso l'una o l'altra parte, senza possibilità di ambuiguità o franintedimento). Stessa impossibilità denunciata anche da Quasimodo e Montale. Però c'è da sottolinea che Ungaretti aveva aderito al Fascismo, era stato, per così dire, uno dei poeti ufficiali del Fascismo, mentre gli altri due no. Per questo questa scelta di descrivere la guerra attraverso un pino è dovuta sembrare necessaria al poeta, per evitare incomprensioni.

Il pino, "ospite ambito di pietrami memori",che arde vicino al lungotevere, al tramonto è il simbolo della distruzione totale, della violenza sugli innocenti, della incomprensibilità di tanta barbarie. Non a caso la scena che si svolge è al tramonto (Ungaretti sottolinea il tempo dello svolgimento sia all'inizio che alla fine della poesia); il tramonto è quello della civiltà e della cultura civica dell'Italia (e forse del mondo).

Lo stato d'animo del poeta è evidente dal titolo; egli va "incontro" al pino, capisce la guerra e la denuncia avanzando verso i deboli (debole egli stesso), cantando la bellezza depauperata ma anche esaltandola. Quel pino che si macera nelle fiamme protrae sì il ricordo dolente della guerra (Il Dolore) ma anche protrae la voglia di riscatto che la fierezza con cui è descritto ci ispira.


Roma occupata  (1943- 1944) 5 poesie sulla deportazione

Mio fiume anche tu - Questa poesia diventa importante, nell'economia della poetica ungarettiana, perché diventa un nuovo fiume ove il poeta fa vita, si sente vita.

Infatti, il titolo dimostra che Ungaretti pensa a questa poesia come ad una continuazione della sua famosa poesia I fiumi. In quella parlava dell'Isonzo, del Serchio, del Nilo e della Senna, fiumi che aveva visto e che facevano parte della sua vita.

A questi, ora, aggiunge il Tevere, fiume di dolore, fiume di decadenza e di morte. Tevere che gli ispira una poesia civile malinconica e disperata.


I ricordi (1942 - 1946) - 4 poesie



Ungaretti commentò Il dolore con queste parole:- Il dolore è il libro che di più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d'essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi -.


LA TERRA PROMESSA

Altro libro di poesie importanti, La Terra Promessa è del 1950.

Nasce dall'idea di un poema epico su Enea, la cui Terra Promessa è il Lazio, perché il destino gli aveva affidato il compito di essere capostipite di una nuova gente.

Quel poema, poi, Ungaretti non lo finì, ma intanto quegli stralci sono andati a formare questo libro di poesie, dentro il quale, dunque, c'è anche tanta parte di "provvidenzialità" alla quale il poeta si era aperto.


UN GRIDO E PAESAGGI

Arriviamo al 1952 con Un grido e paesaggi.


IL TACCUINO DEL VECCHIO

Del 1960.


VITA D'UN UOMO

La raccolta delle raccolte poetiche. Tutte le opere sue, Ungaretti le sintetizza sotto questo titolo emblematico: Vita d'un uomo.

 

Pro domo sua

è un celebre discorso ciceroniano che si traduce “per la propria casa” e può considerarsi l’antenato dell’acronimo inglese che usiamo oggi, appunto Nimby.

 

Anche io voglio subito giustificarmi, uso il latino soltanto per un fine pratico: per dimostrare che parte da lontano questa negligente  diffidenza a considerare il “bene pubblico” come bene collettivo a disposizione di tutti e messo lì perché ne usufruisca io e perché io lo conservi e lo protegga facendo in modo che ne usufruiscano i miei figli e i figli dei miei figli.  Linguaggio un po’ troppo biblico il mio, eh ragazzi! Però, in realtà, se ci pensate, è così.

 


 

Trovo molto strano che una persona senza occupazione paghi un biglietto per andare allo stadio per  “difendere” l’onore della propria squadra (che molto spesso coincide con la propria città) e poi getti i pacchetti di sigarette o le cartacce per terra o imbratti con le chewing gum i monumenti…  è strano pensare che l’onore della città stia in dei ragazzini che tirano calci ad un pallone ma poi, se la città è sporca, inquinata, violenta, piena di buche, chissenefrega!

Sono atteggiamenti che cozzano, direi ipocriti.

 

E qui torna il pro domo sua.

Cicerone, ci invita a riflettere su questi due pensieri iniziali:

 

A) che i Latini-Romani-Romano-Barbari-Italiani non sono mai cambiati (e questo dimostra che gli uomini sono trasversali per vizi e virtù, oltre i secoli e attraverso le etnie); e accumulano cariche in maniera simile e speculare ad oggi (Cicerone, infatti, svolgeva l’attività avvocatesca, era senatore, scrittore eccetera eccetera…);

 

B) che gli uomini spesso hanno scarsa capacità di distinguere tra “bene pubblico” e “bene personale”.

 

Di solito la diminuzione o la perdita della capacità valutativa da parte dei singoli appartenenti ad una data comunità è un indice evidente e preoccupante di un periodo storico di decadenza culturale che spesso coincide con la decadenza anche etico-morale degli stessi cittadini, cosicché l’istituzione che compongono è destinata ad estinguersi o cambiare inevitabilmente.

Basterebbe leggere e rileggere i testimoni liberi di ogni epoca, i letterati, coloro che ci hanno restituito i nomi e i fatti dignitosi e quelli meno: ricordate il Dante di Ahi serva Italia di dolore ostello, il Petrarca di Italia mia o il Foscolo delle lettere prostituite, per citare alcuni? Gli esempi sarebbero infiniti…

 

 

Innanzitutto dobbiamo ricordare quale mondo è finito con l’inizio di questa èra postmoderna che stiamo vivendo.

C’è qui un inganno di fondo che non è mai stato troppo centrato: il passaggio da età antica età moderna è stato rapido e spesso traumatico e non è stato postulato da adeguate spiegazioni di ciò che di buono apparteneva al passato (e dunque era degno di essere conservato alla posterità) e ciò che è di buono fa parte della nostra contemporaneità.

La modernità è scienza contro fede, tecnologia contro lavoro umano intellettuale, metodo induttivo contro metodo deduttivo ma soprattutto dimensione individuale contro dimensione universale.

Se vi ricordate, amici, prima c’erano Impero, Papato e storie del genere, per cui tu eri o per l’imperatore o per il Papa ma comunque schierato e dentro un’ideologia (con tutte le contrarietà che le ideologie hanno). Dal Seicento in poi si è passati ad un atteggiamento diverso, Ognuno per sé e Dio per tutti dice un vecchio adagio.

Questo provoca l’effetto che ognuno di noi pensi alla propria pancia e basta. Se vi fermate al Corso, vedrete tutta la gente impegnata negli acquisti di cose che potremmo bene definire superflue, perché se non ho la borsa X o il cellulare Y dovrei potere vivere lo stesso.

Questa folla impegnata negli acquisti risponderebbe ad uno stereotipo che l’europeo bianco italico si è figurato per definire sé stesso: uomo libero dentro il libero mercato capitalistico.

In realtà sarebbe evidente che l’uomo europeo italico non è assolutamente libero, dato che il capitalismo ti rende libero di scegliere cosa comprare ma dà un’identità ad ognuno di noi a seconda di cosa tu compri per cui è normale che un quindicenne strepiti con i genitori per ottenere il palmare da 500 euro perché in gruppo c’è un ragazzo che lo ostenta.

Si potrebbero fare molti discorsi ma che il capitalismo-individualismo non sia un regime di libertà assoluta dovrebbe essere evidente.

Il famoso e da me amato filosofo Kierkegaard parlava di questa dimensione del singolo dentro la comunità della Chiesa, dell’importanza del singolo davanti a Dio! Ogni uomo, ogni singolo uomo è importante posto davanti a Dio e fa parte di una collettività alla quale è chiamato a contribuire!

 

 

Il punto su cui riflettere, se i problemi sono sempre gli stessi, è quello centrato da Gabriele: la dimensione personale del Bene e del Male.

Affronto un punto dolente della nostra società, tanto antico quanto dolente. Oggi si ritiene che le differenze tra Bene e Male, come tra i principi in genere, non siano più nette, come una volta. Non più bianco o nero, ma grigio, fumé e ogni possibile colore di intermezzo.

Questo porta a non distinguere tra un’azione sbagliata e una giusta, a non schierarsi tra chi è pronto al sacrificio individuale per la collettività e chi sfrutta la società per i propri fini personali.

Questa dimensione personale della responsabilità a scuola si insegnava nell’ora di Educazione civica (ma riguarda l’educazione a tutti i livelli come sedimentazione spirituale-pratica delle esperienze vissute e i ragionamenti che si sono da essa prodotti).

Se ognuno di noi cominciasse a dire: ok, in questo quartiere mancano questo, questo e quest’altro, ma qual è il mio apporto al quartiere? Cosa faccio io per il mio quartiere?, tutto cambierebbe.

E se ognuno di noi iniziasse gradualmente ad interrogarsi sul proprio quartiere e poi dal quartiere passasse alla città, dalla città alla nazione, all’Europa, al mondo, credo che ci troveremmo davanti al caso della riscoperta di una consistente emotività interiore che si specifica nel rapporto etica-morale.

 

Se la nostra casa è il mondo, dovremmo abolire il pensiero e le azioni che ci portano a pensare alla nostra dimensione privata senza pensare a quella pubblica. Senza pensare prima a quella pubblica.

 

Come affermava John Donne, no man is an island!

 

Allora forza, siamo trentenni, pieni di entusiasmo, ispirati da buoni valori antichi e pratici sognatori della tecnologia e del futuro, riprendiamoci il presente!

 

Statistiche editoria italiana

Analizziamo qualche dato Istat:

2009

Grandi editori                  87% di tiratura totale del mercato

Medi editori                    10,3%

Piccoli editori            2,7%

 

2010

Grandi editori                  88,1%

Medi editori                      9,3%

Piccoli editori                    2,7%

 

Nel 2009 i titoli pubblicati in maggior numero appartengono ad una fascia di prezzo compresa tra i 7,76 euro e i 15,5 euro (23.318 opere). Stesso range di prezzo che per le opere pubblicate nel 2010 (ma con un maggior numero di pubblicazioni, 26708).

 

Le prime edizioni, nel 2009, sono state 36.856 e nel 2010 sono state 39.898.

 

Numeri in crescita, si dirà. Fascia media di prezzo semiabbordabile. Editoria italiana in mano ai grandi editori.

Se è vero che in tutte le nazioni la logica dei grandi editori detta i contenuti del mercato-libro (la differenza sta nella pubblicità, nella capacità monetaria piuttosto che nella bontà dei contenuti), è vero anche che una percentuale dellì'88% ci fa pensare ad un regime quasi monopolistico. La riduzione di titoli per i medi editori è preoccupante, mentre quel 2,7% di titoli editi da piccole case ed. è sintomatico e dice di un pubblico di fedelissimi, abbenché con poche possibilità economiche.

 

Ci sarebbero altre riflessioni, ma le cifre sono talmente chiare da lasciare a voi ulteriori discernimenti.

Dico solo che la preoccupazione per la situazione dell'editoria italiana è alta.

 

Mentre scrivo ci sono dibattiti in corso nel Paese, come quello seguito da Rai Letteratura a Milano. Qui il programma.

 

SITI CHE PROPONGONO LISTE DI CASE EDITRICI NON A PAGAMENTO

 

Writer's Dream

Scrittevolmente

 

Lo stato della letteratura italiana: editoria tradizionale, case editrici free e a pagamento

Lo stato della letteratura italiana non è salubre.

Oltre al mio personale giudizio, ci sono altri paramentri a fare chiarezza.

L'ultimo Nobel per la Letteratura è datato 1997 (Dario Fo), cioè quindici anni fa, e scrittori italiani di calibro internazionale sono pochi e poco integrati con la realtà nazionale (es. Saviano).

Di scrittori importanti non ne mancano, questo no, né di promettenti, la letteratura si è tinta anche di rosa con l'aumento del numero di scrittrici, ma tuttavia la letteratura italiana stenta a decollare o rialzarsi.

Perché?

Beh, innanzittutto abbiamo traslato nel termine moderno di "letteratura" ciò che letteratura non è e perché usiamo un termine capitalistico (il numero di copie venduto dal singolo libro) per riferirci alla fortuna (inteso come successo) di un'opera.

Un'opera più vende più è fortunata e quindi fa letteratura. Però questa "letteratura di mercato", in realtà, non è affatto letteratura.

Basti notare che:

A) molte volte ai primi posti della classifica di vendite si trovano libri di cucina;

B) i generi in voga oggi sono il thriller, l'horror, il giallo, ovvero generi di romanzi che le antologie letterarie tendono a classificare come trivial licterature;

C) che il successo di un'opera, al di là dei meriti, è decretata dalla pubblicità e diventa dunque un'operazione di immagine più che un'operazione di trasmissione di contenuti;

D) che le case editrici più grandi tendono ad esercitare il proprio baronaggio con forme ancora medievali, rispetto alle case editrici più piccoli o rispetto alle nuove forme di editoria messe a disposizione dalla tecnica;

E) i libri dei soliti giornalisti/politici/faccendieri/calciatori/soubrette oscurano dal panorama letterario vero e proprio ragazzi che studiano e che in anni di sacrifici si impegnano a portare idee innovative nel processo di formazione culturale della nazione;

F) in Italia ci sono troppe case editrici, si stampano troppi libri e la "democratizzazione" delle pubblicazioni è lo stesso motivo dello scadimento dell'offerta e del conseguente scadimento della domanda; (lo scadimento è avvenuto contemporaneamente, secondo me!)

 

 

La tecnologia ha sdoganato il processo produttivo del libro-merce e ha contribuito alla diffusione e divulgazione di notizie al di fuori dei principali e canoni artefici della pubblicistica tradizionale.

Questa rivoluzione computeristica della fine del Novecento è stata talmente rapida da non essere ancora stata pienamente compresa, ma si tratta di una svolta epocale simile a quella dell'invenzione della stampa alla metà del XV secolo.

I detentori del potere culturale di una nazione occidentale nel XX secolo, giornali, televisioni, editori, sono stati affiancati prima da produttori culturali di minore potenza e poi si sono visti sottrarre la propria egemonia culturale dall'invenzione di Internet, dai personal computer, dall'affermazione dei blog, dall'invenzione di una editoria on line, dalla pubblicità low cost che il web permette a piccole case editrici altrimenti ignote.

 

Anche gli ebook hanno rappresentato e rappresentano un'interessante evoluzione del processo di creazione e veicolaz. delle idee.

La libertà rappresentata da Internet, certo, è ben presto divenuta nuova schavitù, pure esso rappresenta ancora la possibilità di un nuovo potere non gestito totalmente dal vecchio potere e quindi risorsa di futuro per i ragazzi che sognano di pubblicare un libro.

Avverto tutti che pubblicare un libro non lo si fa mai solo per sé stessi, ma per l'amore dell'idea che si è scritta!

 

Sulle polemiche intorno agli ultimi papiri ritrovati

Molto spesso è assai meglio tacere, piuttosto che entrare in sterile polemica con gente rissosa, ignorante e degenere. Tuttavia, poiché l'insistenza del mondo mondano si fa particolarmente ricca di doviziose notizie, per un cristiano non c'è pace né può più esimersi dal mischiare la propria voce a quelle dell'infinito mare della polemica.

E con ciò, non mischiare la propria voce, ma stabilire alcuni punti critici che sembrano perduti.

 

Innanzittutto, tutto partirebbe dal noto romanzo pubblicato in Italia otto anni or sono e che, oltre ad avere decretato la "fortuna" materiale-economica dell'autore e ispirato anche un film, ha sicuramente agghiacciato molti.

Non dico gli studiosi della Bibbia, ma persino i semplici lettori delle Sacre Scritture.

Quell'operazione, messa in atto da alcune forze politico-sociali, è stata tesa allo scandalo. Così molte altre posteriori.

La polemica, poi, si è arroventata ultimamente, da quando una professoressa di Boston avrebbe trovato un papiro contenente nuove rivelazioni sulla vita di Gesù Cristo. E così nuovo libro, nuovo scandalo, molte copie vendute, molta "fama" eccetera, eccetera... il circo massmediatico si è rimesso all'opera.

 

Ricordo ancora, non senza un'insplicabile ironia che mi sorride nell'anima, ricordo ancora che di quel "primo" libro-scandalo si diceva: "Chi lo legge mette in dubbio la propria fede!".

In realtà, semplicemente il prologo era da considerarsi significativo di quanta verità potesse contenere un libro che dice che le cose narrate sono sicuramente vere e poco più avanti afferma che le cose narrate potrebbero esserlo. (Tra l'altro riprendendo un procedimento già in Eco).

 

Allora, un paio di elementi risaltano subito:

 

A) Nell'eterna differenza e divergenza tra Cristianesimo (religioni rivelate) e Paganesimo/Ateismo/ Agnosticismo (credere in forze oscure o non credere in Dio, essere indifferenti alla domanda circa l'esistenza di Dio), l'elemento scandalistico prevale sull'elemento di studio.

Mi ha sempre addolorato, offeso e fatto scosso il fatto che tutti mettano voce di letteratura e di storia come se fossero materie "comuni" quindi "leggere", degne di essere affrontate con superficialità e incompetenza.

Dico che ho incontrato gente che parlava delle Scritture senza averle lette, che giudicava i Vangeli senza conoscerli. Gente magari ferrata in altre materie ma che si arrogava e si arroga il diritto di dire la propria sulla storia della salvezza, sull'esistenza di Dio e la veridicità o meno delle parole della Bibbia, senza avere letto il libro.

(Così io non ho letto il libro-scandalo ma il prologo e già solo quello non mi è piaciuto, ma non giudico tutto il libro, ma l'incomprensibile prologo!).

Bisognerebbe insegnare alla gente che ci sono persone che passano la vita a studiare meticolosamente le Scritture e dunque, prima di parlare di esse, bisognerebbe un minimo conoscerle.

Dopo di che, esclusi quelli che non le hanno lette, bisogna distinguere tra i Dottori della Legge che sanno le Scritture a memoria e Cristo che ha la comprensione del "cuore della Legge".

La letteratura, la storia, la teologia sono SCIENZE e così devono essere amate e studiate ma con rispetto!

Troppe volte a un autore è fatto dire ciò che non disse, la storia è interpretata in maniera partitica e la teologia è incompresa.

Bisogna entra nella concezione che sono scienze e, dunque, materie degne di rispetto: è come se io mi mettessi a disquisire su se sia il caso espiantare un organo da un paziente che ha il mal di testa o se una legge italiana è appropriata e aggiornata rispetto al quadro delle leggi europee o come se mi si mettesse a montare un computer.

Dalle mie parti si dice: Ognun ognun l'arta proprij!

 

 

 

B) Per fortuna alcuni studiano, ma tra quelli che studiano dobbiamo fare distinzioni: molto spesso questi libri-scandalo hanno autori statunitensi e spesse volte questi libri-scandalo sovvertono completamente le semplici credenze di duemila lunghi anni.

Che gli Usa rappresentino un popolo progredito e ricco di verve culturale è un fatto per me piacevole e indiscutibile. Che, poi, tutte le loro "americanate" siano vere, questo è altro discorso.

Ci hanno spiegato molte cose, sono studiosi attenti dell'antichità ma hanno come il "morbo della copertina" per cui sono come drogati e pur di apparire sulle copertine delle riviste e sui titoli dei giornali sono disposti a tutto.

Nel merito, questa professoressa avrebbe trovato un frammento di un papiro copto di 4 cm X 8 in cui Gesù introdurrebbe sua moglie ai discepoli.

Introdurebbe, perché dopo le molte pagine in cui si spiega come il linguaggio del testo copto sia compatibile con un originale del IV secolo, esso sia decontestualizzato.

Ci mostra sì la vivace controversia attorno ai Vangeli, ma resta difficile dire se sia veramente autentico.

La studiosa lo ritiene autentico perché non ha trovato prove che sia un falso.

Dilettoso caso di affermazione per negazione.

 

Che poi il frammento appartenga al IV secolo è noto per una citazione di Giovanni Crisostomo (morto nel 407).

La studiosa non è così poco preparata da non attestare che sino al IV secolo varie polemiche e varie eresie erano già sorte all'interno del Cristianesimo man mano che l'annuncio del Regno di Dio si diffondeva; apollinarismo, arianesimo, donatismo, manicheismo, marcionismo, montanismo, novazianismo sono solo i movimenti ereticali più famosi che hanno avversato la dottrina della Chiesa ufficiale sino al IV secolo.

A) L'eterodossia testimonia che moltissime "voci" sono falsi; (l'eterodossia di oggi ci aiuta a capire quella dei primi secoli del Cristianesimo. Oggi sono eterodosse tutte le "confessioni": cattolica, ortodossa, protestante, calvinista eccetera eccetera, e tutte con la pretesa di essere migliori delle altre, mentre Gesù ha detto: chi vuole essere primo, sia ultimo!);

B) Che il frammento sia in lingua copta ci dice che aveva nascita e diffusione locale.

Ricordo a questo proposito che i Vangeli sono stati scritti tutti nel I secolo (quello di Giovanni, al massimo, all'inizio del II), tutti in lungua greca.

 

Vangeli canonici: I-II sec in lingua greca       -         Frammento copto: IV secolo in lingua copta

 

C) La soluzione sarebbe semplice e logica, ma la studiosa afferma che quel frammento riproporrebbe un vangelo del II secolo e del Vangelo degli Egiziani, stesso periodo.

 

Vangeli canonici: I-II sec in lingua greca       -              Ipotetico vangelo: II secolo in lingua ???

Vangelo egiziani: II secolo in lingua egiziana

 

Anche qui a me sembra scontata la soluzione logica: perché quattro vangeli precedenti avrebbero dovuto omettere un'informazione personale su Gesù?

I Vangeli in realtà abbondano di informazione personali su di lui, perché omettere proprio il fatto che Gesù fosse sposato.

Questo fatto, tra l'altro, stonerebbe altamente con il messaggio del Vangelo e con le molte parole di Gesù, ad esempio sulla sua famiglia, sulla sua persona, sulla sua missione, sulla sua Passione ... Gesù Cristo è un maestro di verità, i testimoni della sua esperienza divina nel mondo sensibile sono gli evangelisti e i discepoli poi Apostoli e molta gente in Israele.

Come si fa a non comprendere che tutte quelle sette nate posteriormente hanno inquinato i Vangeli canonici?

Di Vangeli, se scaviamo tutto Israele, l'Egitto e se alziamo la sabbia siriana e libanese o perlustriamo le grotte turche, di vangeli ne troveremmo a migliaia! A migliaia!

(Lo stesso vale per tutti quei frammenti o vangeli integri trovati sino ad oggi e quelli che si trovassero. Soltanto un vangelo databile I secolo sarebbe degno di attenzione!)

Proprio per questo l'Apocalisse ammonisce i troppi che manipolavano i testi sacri, aggiungendo o togliendo a propria scelta e falsificandoli: 18 Io lo dichiaro a chiunque ode le parole della profezia di questo libro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio aggiungerà ai suoi mali i flagelli descritti in questo libro; 19 se qualcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dell'albero della vita e della santa città che sono descritti in questo libro. (Ap 18-20)

Queste parole, queste parole giovannee devono aprirci gli occhi e schiuderci i cuori!

Di ipotesi, di voci, di scandali, di ignoranze, di manipolazioni, di eresie ne abbiamo molte: la Verità è una! Sempre una! Solo una!

La Verità è Gesù Cristo, Figlio del Dio Vivente!

 

Il fine di questo intervento non è di far acquistare la fede a qualcuno dei miei ipotetici lettori: la fede è dono di Dio e ricerca personale!

Il fine di questo intervento è quello di apurare definitivamente che il Cristianesimo è vita concreta che parte da parole di verità dette da Gesù Cristo e scritte dagli evangelisti ispirati dall'amore celeste, ma è vita concreta.

Il Cristianesimo bisogna studiarlo, approfondirlo, conoscerlo, amarlo e soprattutto viverlo!!!

Questo intervento dunque non è assolutamente una difesa del Cristianesimo, come dice Kierkegaard: Oh, certamente, chi lo difende (il Cristianesimo) non ci ha mai creduto. Se egli crede, l'entusiamo della fede è, non una difesa, anzi, è l'attacco, è la vittoria: un credente è un trionfatore.

Dunque, questo mio intervento è una testimonianza di credente, di modesto studioso, di uomo.

La verità è una! Sempre una! Solo una! La Verità è Gesù Cristo, Figlio del Dio Vivente!

 
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