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Gli stili antichi e gli stili moderni


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Disgraziatamente l'arte e lo studio son cose oramai ignote e sbandite dalla professione di scriver libri. Lo stile non è piùoggetto di pensiero alcuno. Paragonate ora e le stampe dei secoli passati, e gli stili di quei libri così modestamente, cosìumilmente, e spesso (vilmente, abbiettamente) poveramente impressi; colle stampe e gli stili moderni. Il risultato diquesta comparazione sarà che gli stili antichi e le stampe moderne paion fatte per la posterità e per l'eternità; gli stili moderni e le stampe antiche, per il momento, e quasi per il bisogno.

 

 

Aggiungo, anche se aggiungere ad una simile analisi risulterà in qualche modo pleonastico e banale insieme, che l'editoria italiana ha venduto a ragioni di mercato non solo il libro-merce con superofferte speciali (ma partendo da costi unitari per libro molto alti, il che è la più antidemocratica delle restaurazioni) ma anche i contenuti, sdoganati dal perbenismo borghese, come giusto, allontanati dalla dittatura delle forme e da una certa patina di ipocrisia che l'ammantava, come era auspicabile, cosa è stata per anni l'editoria italiana se non un correre dietro alle mode del momento il più possibile ripudiando il passato. Cosicché per colpire il moralismo s'è annullata la morale, per schiantare l'etica perbenista s'è dissipato il concetto di etica, per annullare la definizione di Amore s'è detto che Amore è una cosa personalissima e che compete al soggetto X e Y scegliere cosa sia per lui Morale, Etica e Amore, quand'anche voglia cercarne una risposta.

Il che, mi si permetterà, è una bestemmia filosofica!

Così, venduti contenuti osceni, provocatori, triviali, volgari, la cultura italiana e l'editoria italiana sono state vinte, si sono soggiogate, hanno taciuto (il che rende uno spostamente semantico profondo da cultura a relativismo individualista).

Alla fine, dunque, entrando in libreria e trovando migliaia di titoli, tutti uguali, tutti simili, tutti legati al momento e all'attimo, cosa si determina? Il nulla nelle menti della gente, il loro muoversi in orizzonti tanto vasti da perdersi.

E tutto questo è stato battezzato dal termine libertà, il quale principio, Libertà!, si noterà che io scrivo in maiuscolo perché è un valore così grande, puro, vero, autentico, cardinale e indispensabile che non può e non deve essere così assassinato dalla politica editoriale e autoriale di oggi. Eppure lo è. Esaltando la libertà del mondo di oggi, dell'Italia di oggi, in realtà si provoca l'appannamento, l'abbaglio, il non sapere definire bene e chiaramente cosa sia Libertà. E così editoria, letteratura, cultura ecc...

 

Così si ritorni alla definizione di partenza, vecchia di 186 anni. A scriverla non uno scritturucolo, ma un grandissimo della letteratura italiana, un genio in spirito e una penna eccelsa e fantasmagorica tale che in ogni angolo della terra è volata la sua voce.

Nel suo piccolo paese, il 2 Aprile 1827 scriveva questa riflessione nel suo Zibaldone, Giacomo Leopardi. E dobbiamo dire, ahinoi, che era quasi una profezia!